Pur Troppo Avanti

Autore Mafalda Laratta

Descrizione Versione finale

postato il 2009-04-14 11:31:04

Quando ti ho detto che impegnarsi era importante, scherzavo. Non ci ho mai creduto e sei una cretina se mi hai dato retta. Ti hanno detto di studiare e hai studiato. Ti hanno detto di lavorare e hai lavorato. E quando hai scoperto che ti avevano fottuto la vita, te la sei presa con me.

A me hanno solo detto che la mia vita sarebbe stata fottuta, ma poi ho studiato e lavorato. Quando ero giovane non potevo immaginare che il tuo futuro era perso, già prima che tu nascessi. Adesso non c’è soluzione. Stai zitta, siediti e ascolta.

Mi aspettavo mi dicessi qualcosa di simile. Quasi te lo sentivo uscire di bocca.

Invece mi hai lanciato contro un semplice “ma tu chi cazzo sei?”. L’hai detto con le labbra tirate e sottili e gli occhi socchiusi di chi prende la mira, le spalle cascanti ed il busto proteso in avanti, con la mani in grembo, inerti come quelle di una bambola di pezza.

Rabbia ed ostilità che non so giustificare. Come non fossi tua figlia. Come fossi un’estranea.

Eppure sono certa che te lo ricordi quel giorno d’aprile, che faceva già caldo e t’eri messa al volante con la pancia grossa, che all’ottavo mese che vuoi che succeda a guidare la macchina, anche se è una Fiat 126 minuscola e l’ombelico ti preme sul volante. Dovevi fare solo un controllo, invece già che c’ero ti ho tolto il disturbo e sono nata. Solerte da subito. Tu un po’ meno. Presa dall’ansia hai chiesto che ti facessero l’epidurale e credo abbia anestetizzato solo me, che poi non ho fatto altro che dormire per un anno intero, col terrore fra i capelli, che poi sono rimasti dritti per lo spavento e lo sono ancora oggi.

Escluso il ginecologo, il primo a guardarmi in faccia è stato un conoscente, capitato per caso e mai più rivisto. Se non quella volta che mi ha incontrata per strada e mi ha detto “ti ho vista nascere, ti ricordi?”. Ed io non mi ricordavo, perché presa dal terrore e dai capelli dritti già dormivo e non c’ho fatto caso.

“Chi cazzo sei” è una bella domanda, nemmeno tanto facile da rispondere. Perché bisognerebbe anche chiedere “quando” sei chi cazzo sei.

Oggi non sono la stessa di 7 o 10 anni fa, però, se m’impegno riesco anche a rispondere, perché lo so che il tuo è un “chicazzosei” riferito ad ora e adesso. E devo sembrare stupida, perché invece mi perdo a valutare che la sedia sulla quale sei seduta non è simmetrica col tappeto persiano che hai sotto i piedi. Quello rosso e nero con le losanghe, che ho sempre avuto il dubbio che fosse un’imitazione, dal giorno in cui l’hai consegnato al tappezziere egiziano che lo doveva lavare, senza lasciare nemmeno un segno di riconoscimento. Sapevamo che era rosso, nero e con le losanghe. Hai pagato il tappezziere e siamo rimasti tutti col dubbio.

Quindi mi atteggio anch’io a donna con le spalle cascanti e le mani perse in grembo. Per istinto alla solerzia e per colpa delle cellule a specchio. Io imito te e tu imiti me. Ci rimandiamo l’immagine delle nostre mani inutili, ma abbiamo caratteri diversi.

Che poi, tra madri e figli c’è una sorta di telepatia, no? Quindi, è anche per questo che non rispondo subito. Se c’è telepatia fra noi, che me lo chiedi a fare chi cazzo sono?

Nella vita ho sempre cercato di essere solerte, perché le cellule a specchio mi funzionavano anche quando non c’eri.

Ho cercato di seguire il mio destino, anche se ho dissimulato bene, seguendo un lunghissimo itinerario nuovo, che era uguale a quello vecchio che avevi già percorso tu. E’ per questo che ho le tue stesse spalle cascanti, perché il mio è un destino a specchio.

Non saprei dire se sono ancora quella che metteva i soldi da parte, in rotoli da un milione, nascosti in una cassetta di sicurezza minuscola. Avrei dovuto aprire un conto corrente. Così ne ho aperto uno, ma solo dopo aver comprato una motocicletta in contanti, con banconote tutte un po’ arricciate per colpa dell’elastico.

L’ho comprata perché mi ricordasse che era tempo di viaggiare. E sono partita verso la capitale. Che a me la provincia è sempre stata un po’ stretta ed avevo bisogno di una vacanza. Poi, però, non me ne sono più andata. Ci sono rimasta tre anni.

Ho cominciato a cercare lavoro da subito, lontana dal tuo sentiero. E con questo intendo cercare una raccomandazione. E l’ho pure trovata. Anche se tu hai sempre detto che raccomandazioni non ne avresti mai chieste. La raccomandazione da accesso al lavoro, ma poi uno per tenerselo deve dimostrare di valere. Ed io un valore ce l’avevo pure a lavorare otto, nove, dodici ore al giorno.

E mentre lavoravo già cercavo qualcuno che mi pagasse di più per fare le stesse cose. Un gioco entropico per ratti ciechi. E ad ogni cambio di lavoro tu ti rammaricavi perché non sapevo tenermene uno.

Poi sono riemersa da questo sogno lavorativo infausto. E’ stato quel giorno d’estate che ho risposto al telefono pensando che fosse una telefonata di lavoro. Ed in effetti lo era, perché mi dicevi che avevo un posto fisso. Uguale al tuo. Che avrei potuto smettere di annaspare e tornare sulle rotaie solide del destino che avevi sperato per me. Ed io ho capito che avevi ragione e ho accettato. Perché adesso mi chiedi chi cazzo sono? Sono quella che hai sempre voluto che fossi. Almeno è questo quello che sembro. Questo è ciò che vedi. Il resto della mia vita è arrotolato e nascosto in una minuscola cassetta di sicurezza, nell’angolo cieco della tua visuale chiusa di madre. Poco oltre le nostre spalle cascanti.

Pur Troppo Avantiultima modifica: 2009-04-15T14:59:00+00:00da romaeuropawf
Reposta per primo quest’articolo

8 pensieri su “Pur Troppo Avanti

  1. Dai, è strano che un racconto come questo abbia 13 commenti ed una media pari ad 1.
    Cioè, 13 persone hanno dato 1 a questo scritto ? Non è mica così male 🙂
    Secondo me c’è qualcuno che ha fatto il furbetto…

  2. *** *** ***
    mah, allora. premetto che mi piace molto lo stile. forse fa un po’ troppo lettera intimista o pagina di diario, ma c’è una bella atmosfera.
    credo che potevi essere un po’ più precisa in certe parti. unico difetto nella narrazione: hai speso qualche parola di troppo sul tappeto. un po’ fa perdere il ritmo.

    quello che non tantissimo mi piace da un punto di vista del contenuto è il finale, un dramma borghese che non è poi così drammatico.
    però credo che il tuo punto di vista sia uno dei più interessanti fra i partecipanti a questo contest, intendo dire il tuo punto di vista sulla generazione avanti.
    anche lo stile mi piace particolarmente, più che molti altri scritti da futuri premi nobel e pseudo imitatori di pirandello mummificati.
    per me è tra i migliori, relativamente allo STILE. forse avrei osato di più sul piano del contenuto, facendo sì che il dramma divenisse realmente drammatico.
    gs

  3. grazie per i complimenti (e per le critiche).

    E’ che nel tagliare ho dovuto scegliere.
    (di mio avevo iniziato e finito il racconto senza guardare al numerodicaratterispazinclusi).

    Quindi, nel tagliare ho scelto di tenere ciò che era leggero e “ottuso”.
    Se avessi avuto lo spazio per lasciare il racconto com’era in originale…non avrei perso lo stridore delle parti “serie”.

    Alla fine, però, credo che una sottile vena di disperazione e di rassegnazione si avverta ancora (almeno spero, eh).

  4. Quattro dei primi cinque classificati nella classifica GENERALE sono tra i primi cinque classificati nella classifica della giuria POPOLARE – ossia degli autovoti.
    Un altro, “L’estate Infinita”, di decostruzione, è scritto da una persona che collabora colla scuola HOLDEN da lungo tempo, e la ha inoltre frequentata.
    E’ interessante anche notare che Marzotto, ossia decostruzione ossia colui che ha collaborato con e frequentato la scuola HOLDEN, ha pubblicato un racconto con PERRONE EDITORE, casa editrice per la quale, come si legge nella biografia, anche il vincitore PIRANDELLO DEI POVERI Peppe Rizzo alias Istruzioni per l’uso di stereotipi palermitani sta preparando un romanzo.

    Inoltre vorrei sottolineare che l’autore del brano vincitore è l’unico che abbia cambiato il titolo dell’opera estesa rispetto all’incipit, la qual cosa fu vietata a me dalla E-GUIDE.

    Perchè?

    Mi rifaccio al mio sempiterno maestro ALESSANDRO MANZONI

    Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,

    Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

    Dai solchi bagnati di servo sudor,

    Un volgo disperso repente si desta;

    Intende l’orecchio, solleva la testa

    Percosso da novo crescente romor.

    Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

    Qual raggio di sole da nuvoli folti,

    Traluce de’ padri la fiera virtù:

    Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto

    Si mesce e discorda lo spregio sofferto

    Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

    S’aduna voglioso, si sperde tremante,

    Per torti sentieri, con passo vagante,

    Fra tema e desire, s’avanza e ristà;

    E adocchia e rimira scorata e confusa

    De’ crudi signori la turba diffusa,

    Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

    Ansanti li vede, quai trepide fere,

    Irsuti per tema le fulve criniere,

    Le note latebre del covo cercar;

    E quivi, deposta l’usata minaccia,

    Le donne superbe, con pallida faccia,

    I figli pensosi pensose guatar.

    E sopra i fuggenti, con avido brando,

    Quai cani disciolti, correndo, frugando,

    Da ritta, da manca, guerrieri venir:

    Li vede, e rapito d’ignoto contento,

    Con l’agile speme precorre l’evento,

    E sogna la fine del duro servir.

    Udite! Quei forti che tengono il campo,

    Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,

    Son giunti da lunge, per aspri sentier:

    Sospeser le gioie dei prandi festosi,

    Assursero in fretta dai blandi riposi,

    Chiamati repente da squillo guerrier.

    Lasciar nelle sale del tetto natio

    Le donne accorate, tornanti all’addio,

    A preghi e consigli che il pianto troncò:

    Han carca la fronte de’ pesti cimieri,

    Han poste le selle sui bruni corsieri,

    Volaron sul ponte che cupo sonò.

    A torme, di terra passarono in terra,

    Cantando giulive canzoni di guerra,

    Ma i dolci castelli pensando nel cor:

    Per valli petrose, per balzi dirotti,

    Vegliaron nell’arme le gelide notti,

    Membrando i fidati colloqui d’amor.

    Gli oscuri perigli di stanze incresciose,

    Per greppi senz’orma le corse affannose,

    Il rigido impero, le fami durâr;

    Si vider le lance calate sui petti,

    A canto agli scudi, rasente agli elmetti,

    Udiron le frecce fischiando volar.

    E il premio sperato, promesso a quei forti,

    Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

    D’un volgo straniero por fine al dolor?

    Tornate alle vostre superbe ruine,

    All’opere imbelli dell’arse officine,

    Ai solchi bagnati di servo sudor.

    Il forte si mesce col vinto nemico,

    Col novo signore rimane l’antico;

    L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

    Dividono i servi, dividon gli armenti;

    Si posano insieme sui campi cruenti

    D’un volgo disperso che nome non ha.

    http://1.bp.blogspot.com/_g5FXH3ro7BI/SUwZ2R25sKI/AAAAAAAAAJA/All_-dYEkS8/s400/forza+mafia.jpg

    Grazie.

  5. complimenti comunque al vincitore e a tutti quanti i racconti sono molto belli
    a parte tutto, tutto è molto bello.

    prima scherzavo, questo contest ha mostrato all’italia gente con tanto talento.

    complimenti alle eguide e a tutti.
    tutto molto bello e professionale

Lascia un commento