In Italia coltelli, in Iraq pistole

Autore Veronica Giannini

Descrizione Incontri tra mondi diversi, in un parco cittadino… poche parole per aprire una porta.

postato il 2009-04-14 18:32:20

All’inizio mi infastidiva. Sempre a calciare quel pallone. Poi si siede, mi chiede dell’acqua. I capelli incollati al volto. Mi fa quasi schifo, unto com’è di sudore. Parla poco, però, e ha lo sguardo sottile. E un taglio asciutto, dal braccio alla spalla.

Venti centimetri di cicatrice per una lama lunga dieci, mi dice. Beve un sorso d’acqua, poi continua. Dormire insieme rende fratelli, ma i fratelli veri non ti fanno male, gli amici sì. Il suo amico ce l’aveva a morte coi senegalesi: ogni notte casino, troppo casino. Bisognava pur dormire. Lui provò a fermarlo. In Italia coltelli, in Iraq pistole. E un amico insonne.

Poche parole, le sue. Tra una sorsata e l’altra dalla mia bottiglia d’acqua. Poche parole e uno sguardo sottile.

Non mi piace la gente. Per questo vado al parco da sola, d’inverno. D’inverno non c’è quasi mai nessuno, al parco. Mi porto un libro, la macchina fotografica, una bottiglia d’acqua. Per la sete, ché anche d’inverno bisogna bere. Leggo, guardo, ascolto musica nell’Ipod.

Non mi piace la gente, parla troppo. Ma lui no. Accompagna ogni parola con uno sguardo netto, preciso, acuto. Per questo ha bisogno di poche parole. Per questo l’ho ascoltato senza fiatare. Ci ha messo poco, e mi ha detto solo le cose importanti, senza fronzoli. Sarà forse perché parla poco italiano. Forse per questo.

Nei giorni seguenti ci siamo incontrati spesso. Arriva al parco al tramonto, con il suo pallone. Gioca per un po’, da solo, sempre da solo. A volte finge di essere marcato e dover schivare gli avversari, saltella e corre a zig zag, poi riesce ad andare a rete, e si ferma. Non esulta, per il goal fatto. Si gira verso di me, sorride, si butta sull’erba, e guarda verso l’alto. Rimane così alcuni minuti, poi ricomincia. Prima di andare via, viene a sedersi vicino a me. Allora non è più il ragazzo stupido con uno stupido pallone. E’ Mohamed, dallo sguardo sottile.

Non ho molti amici. L’ho già detto, non mi piace la gente. Parla troppo. A casa, mia madre ha sempre qualcosa da dire. Con mio fratello, con la vicina, con mio zio. Mio fratello anche, non lo sopporto. Quando viene a trovarci, la casa rimbomba di parole come Brand, Vision, Sinergie, Deploy, Proattivo. E lui parla, parla, non respira mai.

Mohamed invece non dice mai troppo. Ogni tanto sorride. Ha un bel sorriso, aperto, ma gli occhi rimangono seri. Viene dall’Iraq, Mohamed, e sta in Italia da due anni.

Mi parla con quel suo modo lento, conciso, quasi ermetico. Non lo interrompo mai, non chiedo. Aspetto sia lui, a dire.

Prima di arrivare a Roma era al sud. Faceva caldo, troppo caldo, e troppa gente. Lavorava ai pomodori. Lo caricavano la mattina all’alba al benzinaio sulla superstrada. Poi i campi: mani rosse di sugo di pomodori sfranti; sole sulle spalle; odore di rancido, ma paga buona. La sera beveva con gli amici. Pochi amici, pochi fratelli. Con quei pochi avevano rubato. Ed era dovuto andare via.

Mi dice questo, seduto accanto a me sul prato, e nel frattempo tira fuori dalla tasca un coltello di quelli con la lama a scatto. Si passa la lama tra le dita, con sicurezza. Non mi spaventa la lama affilata, no, solo mi inquieta il suo sguardo fiero. Il mio, di sguardo, non deve essere particolarmente ammirato, non si confonde con il suo, ma neanche lo evita. Mohamed capisce, rimette via il coltello, e passa oltre.

Mi racconta che ora lavora in un supermercato e vive ospite da Adriano, un regista della Rai, in una casa poco distante dal parco. E’ gentile, dice, è quasi come un padre, e lo sta aiutando con il permesso di soggiorno. Un giorno lo conoscerai, Adriano, mi promette.

Mi piace che mi abbia detto così. Mi fa sentire importante. Importante per lui.

Ci vediamo ormai ogni sera da quasi un mese. Lui di me sa che aiuto mia madre al bar e studio fotografia, perché le immagini sono silenziose, pur dicendo tanto. Un giorno, prometto, gli farò delle foto.

Alle mie due amiche non ho detto niente di lui. Non credo capirebbero. E non ho messo su Flickr le foto che gli ho fatto. Facebook non lo uso, troppe chiacchiere a vuoto. Nessuno sa come passo il tempo al parco. Anzi, non so nemmeno se qualcuno sa che vengo al parco ogni giorno. Solo Mohamed.

Ormai ci tratteniamo fino a sera tardi, mangiamo qualcosa al bar, e parliamo. Mi sta insegnando l’arabo, e ride perché non riesco a pronunciare bene alcune parole. Del coltello non abbiamo più parlato. Lo ha tirato fuori solo un’altra volta, quando lo abbiamo usato per sbucciare una mela. L’avrei mangiata a morsi, io, ma lui ha insistito per sbucciarla con il suo coltello lucido. Una sera, semplicemente, non è arrivato. La sera dopo nemmeno. Ho continuato per giorni ad aspettarlo al parco, agitandomi ogni volta che vedevo qualcuno con un pallone. Non era mai lui. Ho girato per i supermercati di zona; ho cercato su Internet i registi Rai di nome Adriano. Alla fine l’ho trovato, il regista, e ci ho parlato. Mi ha detto che Mohamed è stato fermato per un controllo antidroga di quelli casuali, proprio mentre veniva qui. Non aveva hashish né marijuana, ma il coltello che portava sempre in tasca lo ha rispedito dritto dritto in Iraq. La legge dice questo, non importa se lui con il coltello ci sbucciava le mele, come molti italiani.

Adriano mi ha detto che in Iraq è tornato a combattere. In Italia coltelli, in Iraq pistole. Eppure non capisco come faceva a giocare a pallone con un coltello in tasca.

In Italia coltelli, in Iraq pistoleultima modifica: 2009-04-15T16:06:10+00:00da romaeuropawf
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17 pensieri su “In Italia coltelli, in Iraq pistole

  1. A me piace molto… essendo impegnato in prima persona nella problematica dell’immigrazione. e mi dispiace e non riesco a capire… ma forse si… chi addita un racconto sull’immigrazione come nu racconto troppo semplice. la semplicità è alla base della bellezza e della verità.

  2. E’ molto sintetico ma mi piace. Mi piace il contatto solo visivo “…ha uno sguardo netto, preciso, acuto…” gli occhi dicono sempre molto più di quanto si voglia. Il tuo racconto è ‘fisico quasi carnale’ non importa se non si possono ‘vedere’ i due personaggi, di sicuro si sentono i loro pensieri. Brava.

  3. parole che guidano tra le immagini suscitate dal racconto, lasciando scelta di luoghi, colori, profumi per far conoscere una semplice parentesi di vita, dove Mohamed potrebbe essere venuto dal nulla ove, alla fine, è stato costretto a ritornare. Ottimo spunto per una fiction e, magari, per uno spunto di riflessioni nel nostro quotidiano rapporto con un altro individuo ! Brava.

  4. Quattro dei primi cinque classificati nella classifica GENERALE sono tra i primi cinque classificati nella classifica della giuria POPOLARE – ossia degli autovoti.
    Un altro, “L’estate Infinita”, di decostruzione, è scritto da una persona che collabora colla scuola HOLDEN da lungo tempo, e la ha inoltre frequentata.
    E’ interessante anche notare che Marzotto, ossia decostruzione ossia colui che ha collaborato con e frequentato la scuola HOLDEN, ha pubblicato un racconto con PERRONE EDITORE, casa editrice per la quale, come si legge nella biografia, anche il vincitore PIRANDELLO DEI POVERI Peppe Rizzo alias Istruzioni per l’uso di stereotipi palermitani sta preparando un romanzo.

    Perchè?

    Mi rifaccio al mio sempiterno maestro ALESSANDRO MANZONI

    Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,

    Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

    Dai solchi bagnati di servo sudor,

    Un volgo disperso repente si desta;

    Intende l’orecchio, solleva la testa

    Percosso da novo crescente romor.

    Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

    Qual raggio di sole da nuvoli folti,

    Traluce de’ padri la fiera virtù:

    Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto

    Si mesce e discorda lo spregio sofferto

    Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

    S’aduna voglioso, si sperde tremante,

    Per torti sentieri, con passo vagante,

    Fra tema e desire, s’avanza e ristà;

    E adocchia e rimira scorata e confusa

    De’ crudi signori la turba diffusa,

    Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

    Ansanti li vede, quai trepide fere,

    Irsuti per tema le fulve criniere,

    Le note latebre del covo cercar;

    E quivi, deposta l’usata minaccia,

    Le donne superbe, con pallida faccia,

    I figli pensosi pensose guatar.

    E sopra i fuggenti, con avido brando,

    Quai cani disciolti, correndo, frugando,

    Da ritta, da manca, guerrieri venir:

    Li vede, e rapito d’ignoto contento,

    Con l’agile speme precorre l’evento,

    E sogna la fine del duro servir.

    Udite! Quei forti che tengono il campo,

    Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,

    Son giunti da lunge, per aspri sentier:

    Sospeser le gioie dei prandi festosi,

    Assursero in fretta dai blandi riposi,

    Chiamati repente da squillo guerrier.

    Lasciar nelle sale del tetto natio

    Le donne accorate, tornanti all’addio,

    A preghi e consigli che il pianto troncò:

    Han carca la fronte de’ pesti cimieri,

    Han poste le selle sui bruni corsieri,

    Volaron sul ponte che cupo sonò.

    A torme, di terra passarono in terra,

    Cantando giulive canzoni di guerra,

    Ma i dolci castelli pensando nel cor:

    Per valli petrose, per balzi dirotti,

    Vegliaron nell’arme le gelide notti,

    Membrando i fidati colloqui d’amor.

    Gli oscuri perigli di stanze incresciose,

    Per greppi senz’orma le corse affannose,

    Il rigido impero, le fami durâr;

    Si vider le lance calate sui petti,

    A canto agli scudi, rasente agli elmetti,

    Udiron le frecce fischiando volar.

    E il premio sperato, promesso a quei forti,

    Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

    D’un volgo straniero por fine al dolor?

    Tornate alle vostre superbe ruine,

    All’opere imbelli dell’arse officine,

    Ai solchi bagnati di servo sudor.

    Il forte si mesce col vinto nemico,

    Col novo signore rimane l’antico;

    L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

    Dividono i servi, dividon gli armenti;

    Si posano insieme sui campi cruenti

    D’un volgo disperso che nome non ha.

    Grazie.

  5. Quattro dei primi cinque classificati nella classifica GENERALE sono tra i primi cinque classificati nella classifica della giuria POPOLARE – ossia degli autovoti.
    Un altro, “L’estate Infinita”, di decostruzione, è scritto da una persona che collabora colla scuola HOLDEN da lungo tempo, e la ha inoltre frequentata.
    E’ interessante anche notare che Marzotto, ossia decostruzione ossia colui che ha collaborato con e frequentato la scuola HOLDEN, ha pubblicato un racconto con PERRONE EDITORE, casa editrice per la quale, come si legge nella biografia, anche il vincitore PIRANDELLO DEI POVERI Peppe Rizzo alias Istruzioni per l’uso di stereotipi palermitani sta preparando un romanzo.

    Inoltre vorrei sottolineare che l’autore del brano vincitore è l’unico che abbia cambiato il titolo dell’opera estesa rispetto all’incipit, la qual cosa fu vietata a me dalla E-GUIDE.

    Perchè?

    Mi rifaccio al mio sempiterno maestro ALESSANDRO MANZONI

    Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,

    Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

    Dai solchi bagnati di servo sudor,

    Un volgo disperso repente si desta;

    Intende l’orecchio, solleva la testa

    Percosso da novo crescente romor.

    Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

    Qual raggio di sole da nuvoli folti,

    Traluce de’ padri la fiera virtù:

    Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto

    Si mesce e discorda lo spregio sofferto

    Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

    S’aduna voglioso, si sperde tremante,

    Per torti sentieri, con passo vagante,

    Fra tema e desire, s’avanza e ristà;

    E adocchia e rimira scorata e confusa

    De’ crudi signori la turba diffusa,

    Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

    Ansanti li vede, quai trepide fere,

    Irsuti per tema le fulve criniere,

    Le note latebre del covo cercar;

    E quivi, deposta l’usata minaccia,

    Le donne superbe, con pallida faccia,

    I figli pensosi pensose guatar.

    E sopra i fuggenti, con avido brando,

    Quai cani disciolti, correndo, frugando,

    Da ritta, da manca, guerrieri venir:

    Li vede, e rapito d’ignoto contento,

    Con l’agile speme precorre l’evento,

    E sogna la fine del duro servir.

    Udite! Quei forti che tengono il campo,

    Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,

    Son giunti da lunge, per aspri sentier:

    Sospeser le gioie dei prandi festosi,

    Assursero in fretta dai blandi riposi,

    Chiamati repente da squillo guerrier.

    Lasciar nelle sale del tetto natio

    Le donne accorate, tornanti all’addio,

    A preghi e consigli che il pianto troncò:

    Han carca la fronte de’ pesti cimieri,

    Han poste le selle sui bruni corsieri,

    Volaron sul ponte che cupo sonò.

    A torme, di terra passarono in terra,

    Cantando giulive canzoni di guerra,

    Ma i dolci castelli pensando nel cor:

    Per valli petrose, per balzi dirotti,

    Vegliaron nell’arme le gelide notti,

    Membrando i fidati colloqui d’amor.

    Gli oscuri perigli di stanze incresciose,

    Per greppi senz’orma le corse affannose,

    Il rigido impero, le fami durâr;

    Si vider le lance calate sui petti,

    A canto agli scudi, rasente agli elmetti,

    Udiron le frecce fischiando volar.

    E il premio sperato, promesso a quei forti,

    Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

    D’un volgo straniero por fine al dolor?

    Tornate alle vostre superbe ruine,

    All’opere imbelli dell’arse officine,

    Ai solchi bagnati di servo sudor.

    Il forte si mesce col vinto nemico,

    Col novo signore rimane l’antico;

    L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

    Dividono i servi, dividon gli armenti;

    Si posano insieme sui campi cruenti

    D’un volgo disperso che nome non ha.

    http://1.bp.blogspot.com/_g5FXH3ro7BI/SUwZ2R25sKI/AAAAAAAAAJA/All_-dYEkS8/s400/forza+mafia.jpg

    Grazie.

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