Il senso del Potere

di Giovanni Schiavone

Descrizione: Il senso del Potere – lettera a un Potente – Proclama Anzitutto occorre dire che la compressione ha devastato il mio lavoro, il cui montaggio mi ha impiegato per oltre quattordici ore consecutive. Fatto sta che il file originale ha un peso di 2,06 GB contro i 36 MB del file compresso. Questo per rendere l’idea. Anche l’audio ne ha risentito in modo indecente, infatti sembra ch’io pizzichi la s come un deficiente e si sente un brusio in sottofondo. TUTTO CIO’ NON ACCADE NELLA VERSIONE NON COMPRESSA!

Ciò detto, passiamo alla descrizione. Questa opera di video-arte, realizzata ad hoc per il contest di RomaEuropaWebFactory, sezione video-arte, si collega al racconto Petizione, col quale sono in gara nella sezione 100words del medesimo contest. Il testo è un estratto d’una lettera scritta a febbraio 2009 e indirizzata a un cosiddetto uomo potente, il quale mai mi diede risposta. Ovviamente so benissimo che il suo potere non è nulla in confronto a quello sul quale sto indagando io – e in verità io qui mi riferisco a un Potere occulto. Ad ogni modo, per questo contest il tema era l’autoritratto, e credo di averne fornito uno assai profondo attraverso quest’opera. In essa sono presenti i temi cardine della mia indagine. Vorrei qui sottolineare che, fra le varie cose, siamo di fronte a una manifestazione del segno doppio che caratterizza molti artisti. Io, che sono fondamentalmente uno scrittore, ho messo in video le mie parole, sulla scorta dei miei studi su Giuseppe Zigaina e Pier Paolo Pasolini. Il Proclama risente anche – ma in modo per così dire analogico – delle ultime parole lette da Yukio Mishima prima del suo seppuku. Quest’opera è stata realizzata in collaborazione con la Officina Olocausti ; ossia Daniele De Luca, Davide De Luca (autore di un pajo di riprese straordinarie), Angelo Santamaria e Roberto Tulino, oltre al sottoscritto. Il pezzo musicale in sottofondo è La Casta Scelta – live at pad. Se altro mi verrà in mente, lo renderò noto nei commenti.

Di seguito, il testo che fa da colonna vertebrale di questo video.

*** *** ***IL SENSO DEL POTERE – LETTERA A UN POTENTE – PROCLAMA Non posso intuire fino in fondo il tuo far parte di quell’altrove congelato nel quale è stata già decisa la direzione del nostro essere nel mondo. Sono spinto a collocare quanti ricoprono posizioni di prestigio in una sorta di Accademia dello Scempio. In primo luogo, dunque, tu devi conoscere la mia posizione nei confronti di questa cosa. Del Potere. Che cos’è la libertà? Dopo averci ben pensato, ho capito che questa misteriosa parola non significa altro, infine, nel fondo di ogni fondo, che libertà di aderire al codice della propria anima. Che cos’è il Potere? È perpetrare la privazione della suddetta libertà. Quale che sia lo scopo degli uomini potenti, quale che sia la loro coscienza di questa cosa, vorrei specialmente che tu sapessi della Tragedia. Esiste una generazione che si chiama la generazione degli sfollati, e io, ventiseienne, ne faccio parte. Siamo gli ultimi esseri umani. Quelli che son venuti dopo non appartengono più al nostro genere. A quasi tutti loro, infatti, è venuto meno il contatto con l’anima. È stato sradicato, estirpato, calpestato, devastato. Sono involucri vuoti, personalità, ossia maschere, nelle quali non attecchisce lo Spirito. A esser precisi, anche molti fra quelli della mia generazione sono così. E alcuni della generazione precedente alla mia. E via discorrendo. Si parla di crisi economica. In verità, è la crisi dell’uomo. Che in questo paese si viva in un regime è sotto gli occhi di quanti sanno ancora discernere. Il regime, però, non è solo una questione politica. Lo scopo, tu lo sai, è abominevole. È ridurci in schiavitù. La qual cosa senza dubbio non è solo un progetto italiano, bensì dell’Ovest in generale. Però in Italia, come è noto, siamo più avanti che in ogni altro paese cosiddetto civile. Cosa succederà nei prossimi mesi? Perché accettare che milioni di persone siano mutilate della loro specifica libertà? È un atto contro dio. Ed è il senso del Potere, di quel Potere che gli uomini potenti stanno a tutti i costi difendendo e in nome del quale ci macellano. Il controllo degli impulsi animici, mediante strumenti di precisione inimmaginabile, è quasi completamente appannaggio del Potere. La gente attorno a me è già morta. Per miglia e miglia, io vedo solo cimiteri. È stato progettato un nuovo ordine, è stato attuato: non resta che coglierne i frutti, quando saranno maturi, in estate. Sulla Televisione non spenderei troppe parole, ché ogni definizione del Mostro è aprioristicamente parziale. È come il Nazismo – ma priva del tutto di riferimenti esoterici e sapienziali –; è peggio del Nazismo: quello deportava i corpi nei campi di concentramento, la Televisione deporta le anime e gli encefali. Il senso del Potere. La necessità, scolpita nel tessuto grezzo che rende la vita bestiale, di conservare la specie. Accumulare ricchezze e benefici al fine di garantire l’esistenza della propria progenie, in saecula saeculorum, malgrado tutto, sempre e senza posa, malgrado tutto ancora una volta. Questa è una delle risposte più accreditate. Ma noi sappiamo che non è così, non solamente; che permettere ai propri figli di vivere meglio di quanto abbiano vissuto i propri padri è solo il senso letterale, ossia quello più superficiale, d’un’opera che ha almeno quattro livelli di lettura: il Potere. Il senso del Potere non appartiene all’uomo, non procede dall’uomo né sussiste nell’uomo: è altrove da lui. L’aspirazione dei potenti è invalidare la Legge, rovesciarla, e rendere l’uomo disumano. Il senso del Potere non è legittimo agli occhi di dio – di quel dio ultimo, quello al quale, s’io non fossi così irrimediabilmente crepato dentro, metterei la maiuscola. Tutto sta precipitando. Relativamente all’arte, essa è anarchica per definizione, e perciò è sempre politica. Ogni opera d’arte che sia tale è politica a priori, anche quando non fa nessun riferimento a quel mondo. Perché l’arte è eversiva, contiene sempre e senza ombra di dubbio una critica alla società e al tempo (al paradigma) dell’autore dell’opera; e, in ultima istanza, propone sempre uno sconvolgimento definitivo e radicale. La censura, dunque, è fondamentale al regime. E in questo nostro paese, in verità, la censura è totale. La mancanza di una Vera arte è la censura più subdola ed efficace che questo regime potesse organizzare. Dove sono gli intellettuali, i poeti, gli artisti? Dove è qualcuno che canti a squarciagola contro la devastazione di questo nostro mondo? Gli artisti e i poeti sono come le api: se scomparissero, agli altri uomini non resterebbero che pochi scampoli di vita. Vaste schiere di geni sono morti senza che nessuno si sia accorto di loro. Estirpare l’anima, cavarla. Disossare i riti culturali, dissanguare gli sciamani. Tutto ciò, rispetto alla complessità abbacinante del cosmo, non è che un battito del cuore nel sonno. Però, prima o poi, condurrà allo squartamento. E quello squartamento condurrà alla reazione. E nessuno può avere veggenza di ciò che accadrà dopo. Ho scritto un romanzo, fra le altre cose, per terminare il quale ho impiegato undici anni. Ho dedicato quasi metà della mia sacra esistenza a quest’opera. Essa è importante per gli altri uomini. Ma io non sono nessuno, e perciò non pubblicherò mai il mio romanzo. E farò parte della schiera di geni taciuti, e morirò senza che qualcuno abbia la nozione che un giorno io sono apparso alla Terra. S’io avessi la voce, io rintronerei il mondo. Vorrei sapere perché nessuno, fra coloro che hanno i microfoni sotto le labbra, dice la verità. Io direi la verità, se avessi la voce. Il mio romanzo. La mia vita. Tutti coloro che moriranno. La generazione degli sfollati. Incontriamo la Sfinge disposta a parlare e la decapitiamo con un cucchiaio. C’è qualcuno fra quanti hanno il potere che sia disposto a dire la verità? Vorrei che tu leggessi il mio romanzo, per capire pienamente cosa intendo. S’intitola Il lamento del dio, poiché è inevitabile che ora il dio si lamenti. Io ho udito il suo lamento – il mio romanzo è stato commissionato da lui – e non posso più tornare indietro. “Se sai alcuna cosa, taci.” Ma ora quest’ordine è caduto. Ora è il tempo di essere espressivi. *** *** ***
postato il 2009-04-15 01:10:28

Il senso del Potereultima modifica: 2009-04-15T13:03:00+00:00da romaeuropawf
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30 pensieri su “Il senso del Potere

  1. ***
    attendevo il tuo commento, Giugurta, avendo letto quelli che hai lasciato altrove. non mi conviene dire se sono d’accordo con te su quanto hai scritto in altre sedi. però devo essere sincero e ammettere di non capire cosa volevi dirmi.

    Merci.

    ***

  2. ***

    questo è un messaggio a tutti i finalisti:

    è ricominciata la meravigliosa tattica di dare 1 a random! ovviamente mi pare scontato che i responsabili di questa pratica siano i finalisti, i quali, però, hanno la pretesa di definirsi ARTISTI.
    ebbene, questo accanimento è ridicolo. io invito tutti ad astenersi da simili bassezze e da recuperare un po’ di dignità.

    giovanni schiavone
    oliodipietra
    http://www.myspace.com/officinaolocausti

    ***

  3. …Il video nel complesso è eccessivamente lungo.
    non riesco a capire l’utilità di alcune scelte, e anche quando vi è una funzionalità a queste, sono comunque smantellate da un audio rovinato e rovinoso, che in generale infastidisce per tutta la durata dell’opera.
    Più che un autoritratto sembra la continuazione fatiscente rivista in chiave “Arty” del “Lamento di Dio” che comunque a mio avviso era assai più valido come lavoro.

    Ad ogni modo non capisco, se hai utilizzato alcune cose del “lamento” per definizione personale, per continuità estetica o scarsità di idee.

    In Assoluto dovevi darti al nuovo e non al remake.

    Secondo me dovevi lasciar perdere l’immaginario del primo video, che tanto mi era piaciuto, ed evitare di far ballare o bruciare uova, solo per ricollegarti molto forzatamente al tuo lavoro precedente, e magari tentare la strada della riconoscibilità.

    Sono onesta, non mi piace.

    Forse avrei tanta voglia di vederla consumarsi come opera ambientale su una grande parete, in un grande ambiente, anche in esterno…

    Spero di non essere stata troppo criticona.

    Grazia

  4. ***
    Grazia,
    sull’audio hai ragione e infatti dovrò fare un doppiaggio più efficace, ma il tempo è stato stretto e non sono un buon fonico e non ho avuto collaboratori.
    son contento che ti sia piaciuto il lavoro precedente, ma ci tengo solo a precisare che si intitolava “Il lamento del dio” e non il lamento di Dio, ché io non son cristiano nè cattolico nè credo in qualche religione.
    L’audio fa schifo anche per via della compressione, però. l’ho specificato nella descrizione.
    non sono d’accordo sul fatto che l’opera sia collegata in modo forzato alla precedente. poi puoi capire, un conto è collegarsi ideologicamente a cose passate e un conto e dire il remake. non c’è nessun remake. su 9 minuti quasi 10, meno di uno ha immagini legate esteticamente a quelle del lavoro precedente. questo non si chiama fare remake bensì, al massimo, citazionismo.
    esteticamente io lo trovo valido. da un punto di vista dell’audio no, ma questo è un problema facilmente ovviabile. quel che mi interessava era il contenuto, ossia il testo che sottende le immagini. è vero che forse ci sono alcune inquadrature che potevo non inserire, ma non mi pajono chissà quante.
    sarei felice di sapere quali son quelle che secondo te potevo evitare.
    sul rendermi riconoscibile, sono ben lungi dall’usare stratagemmi come questi, ché non mi occorrono.
    in effetti, per finire, non mi dispiacerebbe anche a me una grossa projezione. credo sia nato un po’ con questo scopo.
    grazie della critica, assai utile.
    ***

  5. *** *** ***

    Per sberla41, ovviamente non convengo, altrimenti avrei partecipato a 100words con questo brano, il quale però è assai lungo. e infatti ho partecipato a 100words con un altro scritto che si intitola PETIZIONE. e anzi invito quanti guarderanno IL SENSO DEL POTERE a buttare un occhio anche sul racconto.
    http://romaeuropawf.myblog.it/archive/2009/04/14/petizione.html
    per quanto mi riguarda, IL SEGNO E’ DOPPIO. In questo lavoro, oltre a una vasta marea di elementi, anche la presenza della mia ricerca letteraria.
    Grazie.
    *** *** ***

  6. probabilmente non è nella sezione giusta, no.
    molto lungo, troppo.

    e poi, signori, un po’ di distanza, un po’ di sano distacco.
    stare sempre lì ad accusare e lottare, tutti sulle pagine di tutti.
    un po’ di dignità e di saggezza non guasterebbero

    anche perché chi accusa, chi punta il dito
    e si lamenta con clamore
    solitamente non la conta giusta..
    almeno a me

    buon proseguimento

  7. *** *** ***

    casomai siate stati troppo impegnati a farvi account fasulli e non abbiate avuto il tempo di leggere il regolamento per bene, la durata massima consentita era 10 MINUTI. quindi questo video non è troppo lungo.
    poi, lo dico con umiltà, sono interessato a sapere perchè secondo voi non è nella sezione giusta. non capisco questo appunto, e vorrei che me lo spiegaste.

    infine, la seconda parte del commento di furlagentes, oltre ad essere incomprensibile, è piuttosto dementes.

    ***

  8. il non sapere l’italiano e il non comprenderlo sono limiti superabili, basta impegnarsi un po’. non ti fornirò certo traduzione di ciò che è piuttosto lampante di per sé. chiedi a qualche amico al massimo.
    tipica anche la risposta offensiva a ciò che non si comprende, si ignora o si fa finta di non capire.
    e tu saresti l’esempio di purezza, il puer senza peccato che scaglia la prima pietra (o meglio ormai dovrei dire vagoni di pietre e massi)? tu che, se non sbaglio sei qui proprio grazie ai numerosi voti di questa linda community?
    mi dispiace ma non ti credo
    vedo inoltre che hai saltato a pié pari la parte in cui imploravo questo gruppo di “artisti” di avere distacco e distanza da questi diverbi tra gallinacei..
    mi dispiace ma non so come aiutarti a questo punto

    prova ad aggiungere la s anche al tuo nome,
    magari vivresti la vita e le competizioni con più serenità

    ps
    riguardo alla lunghezza, non parlavo di regolamento. e anche questo mi pareva ovvio, ma a te non arriva. la tentazione di spiegarti che un video può durare anche 6 ore ma non pesare affatto, o durare 1 minuto ed essere insostenibile, è forte. ma credo che opterò per l’aria aperta

    adios

  9. *** *** ***

    furlagentes,
    non riesco veramente a capire la tua lingua, mi dispiace.

    cosa posso dirti? avevo fatto un invito ai finalisti a non adottare tattiche poco carine, non ho avuto nessun intento messianico, non mi sono posto come esempio di puer senza peccato. tu ti confondi.

    su quei limiti sull’italiano che tu ravvisi in me, non so cosa dire. mi sento imbarazzato.

    sulla lunghezza, ho capito perfettamente cosa intendi. semplicemente, non sono d’accordo con te. è un concorso di video arte e non di video-clip, casomai ti fosse sfuggito, dove ogni inquadratura non può superare i cinque secondi.
    che sia pesante, senza dubbio lo è. però per me la pesantezza non è mai stato un limite. per me. se per altri lo è, pazienza.

    la risposta offensiva è, se permetti, successiva a un tuo commento di due righe nelle quali CATEGORICAMENTE dichiaravi che questo video non c’entra nulla con questa sezione, senza nemmeno spiegarlo.
    E non eri il primo.

    Ho ritenuto dementi e incomprensibili queste tue parole:

    “anche perché chi accusa, chi punta il dito
    e si lamenta con clamore
    solitamente non la conta giusta..
    almeno a me”

    A cosa sono riferite? E perchè poi?

    Tutto qui.

    Vorrei che tu capissi una cosa: considerati i tuoi due commenti, secondo me o non hai visto il mio video oppure non lo hai minimamente compreso, oppure, semplicemente, il tuo animo non è affine al mio.
    Quale che sia la verità fra queste tre, non posso accettare serenamente un commento così approssimativo su un lavoro come il mio, che di approssimativo – da un punto di vista del contenuto – non ha nulla.

    Questo è quanto.

    ***

  10. *** *** ***

    Considerando la vasta quantità di commenti, specialmente alla esigua quantità di voti (negativi) ricevuti, ho deciso di empire questo spazio di quanta più materia io sia capace.

    Riporto dunque il primo capitolo della mia rubrica OLIODIPIETRA, che curo per grigiotorinomagazine, alla quale diedi vita diosoloricorda quando.
    Per varie ragioni, potrebbero esserci dei tagli.
    A vossia:

    DICHIARAZIONE D’INTENTI (E FUNERALE DELL’ARTE)

    Questo potrebbe essere il primo capitolo di una serie, oppure potrebbe essere l’unico. Dipende, fondamentalmente, da voi. In ogni caso, noi cercheremo di essere efficaci.
    Ora, per cominciare, redigeremo una sorta di manifesto, una dichiarazione d’intenti mediante la quale diventi possibile la intuizione di ciò che sarà affrontato successivamente. Ecco:

    Noi crediamo nella esistenza di verità ontologiche non superabili. Crediamo altresì che l’essere non sia l’istanza prima né l’istanza ultima, e che, a ben guardare, il Nulla sottenda ogni cosa. Ciò nonostante, crediamo che la vita sia sacra (sebbene non tutte le vite siano sacre allo stesso modo). Crediamo pure che l’esistenza sia oltraggiosa, però nutriamo la speranza che l’oltraggio sia redimibile. Crediamo che ogni opinione non sia che un punto di vista folle sulla realtà. Crediamo, inoltre, che la presente dichiarazione d’intenti non sia vincolante, e che assai probabilmente essa verrà sempre disattesa. Poiché in fondo crediamo che non esistano verità ontologiche non superabili.
    Per quanto concerne lo stile, saremo soprattutto espressionisti.
    L’espressionismo è, secondo alcuni, un fatto puramente psicologico nato dalla tortura intimistica della natura umana, caratterizzato da un’anarchia sentimentale che non può sfociare che in una forma smaniata e contorta; perciò si ritiene che l’espressionismo sia disintegrazione e convulsione, assenza di ordine, angoscia, dispersione macabra o patetica. Ciò, a nostro avviso, è perlopiù vero, anche se è opportuno precisare che i penosi attributi sopra elencati non sono fini a se stessi, bensì partecipano tutti, con potenza conturbante, d’uno scopo che l’arte, tra gli innumerevoli scopi ch’essa si prefigge, vuol raggiungere in maniera speciale: gettare luce nella materia.
    Ecco un esempio scintillante di ciò che vogliamo dire:

    Dentro i miei bulbi oculari
    crescono denti
    e lo dio che li divora
    mi chiama “lo deforme”.

    Io sono il luogo degl’intendimenti.

    Relativamente al significato, sin d’ora annunciamo che ciò che scriveremo avrà sempre un senso nascosto, per cogliere il quale sarà necessario tener presente che le lettere sono segni convenzionali rimandanti a verità altre. Naturalmente forniremo gli strumenti per decifrare il nostro gergo.
    Se avrà un seguito, la presente rubrica tratterà – sintetizzando – di arte e di magia, di mitologia, di astrologia e di religione. Tratterà, insomma, dell’universo, e si proporrà di forgiare delle chiavi interpretative nuove – anche se d’un materiale arcaico.
    Cercheremo, in definitiva, di affrontare questioni la cui esistenza è quasi sempre ignorata.

    Per ragioni puramente organiche, e nonostante il tono del presente manifesto, inauguriamo la nostra rassegna con un argomento che a prima vista pare logoro come un proverbio: la morte dell’arte.
    Un leit motiv scaturito dalla letteratura del Novecento ci venne donato da quel genio dell’ambiguità che fu Oscar Wilde, e che traiamo dal suo celeberrimo romanzo Il ritratto di Dorian Gray: “L’artista è il creatore di cose belle”.
    Servirsi dell’aforisma ignorando l’opera entro la quale esso signoreggia per l’eternità – ne siamo consci – ci rende facilmente confutabili. Però, a ben guardare, la credibilità non è fra gli attributi che ambiamo a possedere in questa vita, e perciò senza preoccupazioni dichiariamo di non essere d’accordo con Wilde. Evidentemente, a voler esser accademici, dovremmo dilungarci per dozzine di pagine sul concetto di bellezza cui si riferisce l’Esteta per antonomasia, e però si dimena in noi l’impulso inalienabile di schifare le accademie, dunque ci limitiamo, per la seconda volta, ad esprimere il nostro dissenso.
    L’arte, a nostro avviso, non si sogna neppure di lambire il bello, poiché esso è un ideale astratto la cui sostanza, essendo malleabile, riesce ad assumere moltissime forme. Pensarla come Wilde, quindi, avrebbe conseguenze disastrose. Chiunque, infatti, potrebbe fornire una determinazione di bello pretendendone la ammissibilità, cosicché sarebbe legittimo, in definitiva, dire che ogni creazione è artistica.
    All’oggi, noi crediamo che l’arte sia, con ogni probabilità, definitivamente morta. Anzi, a squarciagola lo gridiamo: “L’arte è morta!”.
    È ovvio, d’altronde, che ovunque nel mondo vi sono ancora artisti veri, ma costoro non sono che la espressione ultima di una parabola bella, di certo vicina alla fine.
    L’arte ha perso l’aura, e Apollo è sceso in strada per guadagnarsi il pane. I suoi clienti assai paffuti arricchiscono i falsi geni – nessuno può negarlo. E però l’arte imputridisce.
    Ma solo l’arte. Quando essa ancora aveva l’aura, quando i poeti erano sacri, non era l’arte a imputridire bensì il medium: il creatore. L’artista, difatti, è sempre stato fratello degli sciacalli e amico dei mentecatti. Mefistofele in persona, chiacchierando con Adrian Leverkühn nel Doctor Faustus di Thomas Mann, amabilmente spiega che intere generazioni di ragazzi sani si sono buttate sull’opera dell’uomo genializzato dalla malattia, e la hanno esaltata e la hanno trasmessa alle civiltà. Gli uomini ordinari, quand’ancora la società moderna era ben lungi dal corromperne le menti, non pretendevano di somigliare a quelli straordinari: a loro bastava goderne.
    Oggi la situazione è invertita. E la ragione è semplice: l’arte ha perso l’aura, poiché l’uomo gliela ha sfrangiata. Sempre, infatti, il creatore fu santificato e temuto. Capace di scrutare a lungo il campo delle intuizioni pure, folle abbastanza per scendere negli abissi del pervertimento, a lui la storia riconosceva il carisma, nel senso profondo di grazia concessa in forma soprannaturale. Quale cultura può essere tanto ammorbata da attribuire quella stessa imperscrutabile grazia a frotte di disadorni artigiani?
    Lo può, soltanto, la cultura che ha tumulato l’arte.

    http://www.grigiotorino.it/?p=6425

    *** *** ***

  11. *** *** ***

    Successivamente pubblicai l’articolo “L’olio di pietra è a fondamento d’ogni conoscenza”, a cura d’uno dei miei più fidati collaboratori. Per ovvi motivi, in questa sede mi limiterò a riportare i brani scritti da me, e non anche quelli dei miei collaboratori, ai quali do spazio nella rubrica in considerazione dell’altissimo valore della loro speculazione.
    Dunque a me toccò il terzò brano, che fu una magnifica perla.
    A vossia:

    LO STOMACO AMBIGUO

    Torniamo dopo lungo tempo alla compilazione della rubrica che c’impegnammo a condurre. Tuttavia, per rispetto di quanti ci stanno leggendo, e specialmente per ragioni relative alla costruzione d’una mitologia personale, ci pare opportuno accennare ai moti che hanno gonfiato l’animo nostro rendendolo simile agl’oceani dopo lo sradicamento dell’Albero. Ciò, sia chiaro, non tragga in inganno, poiché non di questioni puramente egoiche si tratta, bensì d’una oscillazione universale ch’ogni uomo riguarda, e in special modo coloro che ricercano una luminescente via. È opportuno sottolineare, come già s’è fatto negli articoli precedenti, che la faccenda è tutta affrontata in linguaggio gergale, poiché il nostro intento non vuol essere, come qualcuno insinua, comunicativo, bensì esso mira a divenire puramente espressivo. E si ricorda, d’altra parte, che l’espressione come la intendiamo noialtri è necessariamente viscerale, poetica nel senso culminante del termine, e incita il cantore a preparare e poi ad attuare la sua estrema azione.
    Già subito dopo la messa in pubblico della parte seconda, “l’olio di pietra è a fondamento d’ogni conoscenza” – dalla quale, fra l’altro, emanò un dibattito spesse volte acceso e dunque interessantissimo –, avevamo pronto il terzo capitolo – a cura del Trasparente –, e però è sorta in noi la volontà a deviare (forte quanto la volontà di Dante a esser poeta). In verità, furono le divinità a comandarci, ché grande è la nostra devozione al mantra secondo il quale nessuno può smarrirsi se sono gli dei a guidarlo. Nondimeno, com’è noto a tutti, la vita vera è sottesa dall’ambiguità, per mezzo della quale l’inganno dei tempi assume un valore profondo: solo a posteriori, difatti, sarà possibile valutare un accadimento. In sostanza, non ci è ancora dato sapere se la nostra caduta nel ventre del mostro sia benefica o no, dal momento che Ninive è tuttora irredenta.
    Ecco, dunque, il motivo della prolungata assenza: dalla taurina capitale dell’insolvenza partimmo alla ricerca di Agarthi, ché avevamo urgenza di colloquiare con l’Aborrito, e non senza difficoltà giungemmo infine a Ioppe. A quel punto, tracimanti egoismo, c’imbarcammo da soli senza curarci dell’imminenza della sciagura, che sapevamo prossima ad abbattersi sulle popolazioni costiere, e presto precipitammo in un sonno abissale (solo più tardi c’accorgemmo che la narcosi scaturiva dall’effluvio di chi volle la nostra testa). Com’era facile prevedere, il lamento del dio echeggiò senza posa, facilmente ci scorse e scatenò la tempesta. Dall’estatico sonno dovemmo svegliarci, e non occorse tirare a sorte per svelare la colpa: venne il pesce e ci inghiottì.
    In verità, non siamo capaci d’uscirne. Costretti a rinunciare all’Agarthi, ora esperiamo le mucose del mostro – con scientifica attitudine, s’intende. È dal ventre profondo, pertanto, che scagliamo nel mondo la confessione presente, poiché ancora non c’arrendiamo.
    E chiaramente questa terza incursione immelma le proprie radici nella tanto cara ambiguità, ché sennò non vi sarebbe amplificatio alcuna. Difatti, se è vero che ogni opera d’arte è metalinguistica, è vero pure che varia il grado di coscienza metalinguistica che i singoli autori hanno del proprio lavoro. È manifesto a tutti, a questo punto, che il nostro stile vuol essere provocatorio, addirittura scandaloso. Possiamo serenamente ammettere che noi ci proponiamo di deludere le aspettative del lettore/spettatore dell’Opera, d’ottenere insomma un effetto straniante anzi perturbante, un effetto che smentisca davvero i processi cognitivi del fruitore. Per riuscirci, abbiamo dovuto plasmare a noi stessi una lucida coscienza meta-letteraria, la quale ci consente di sovvertire il più drasticamente possibile i rapporti di contiguità e di similarità della nostra struttura artistica. E più ci avviciniamo al momento massimo della trasgressione stilistico-esistenziale, più dobbiamo accrescere il clamore mediante la tre volte gridata ambiguità.
    È vero, d’altra parte, che l’ambiguità importa finché è vivo l’Ambiguo, e però è verissimo che presto l’Ambiguo sarà rivelato. Noi, fino a quel giorno, nel nostro grembo progetteremo il mistero, in attesa della deflagrazione possente che c’affranchi dal collasso del cielo.

    http://www.grigiotorino.it/?p=7842

    *** *** ***

  12. *** *** ***

    Seguì un lungo periodo nel quale mi limitai a curare la pubblicazione dei brani dei miei collaboratori, e apparvero in OLIODIPIETRA “Due Interviste”, “Poetamorfosi” (1 e 2), “Il libro che brucia”, “Della parola ars e del suo significato” e “Appunti di Giacobbe durante la lotta conto l’angelo”, e infine decisi di dare al pubblico un capolavoro di ricerca letteraria, non un articolo bensì uno scritto puramente artistico.
    A vossia:

    CHE COSA FOSSI (GIOVANNI BATTISTA DECOLLATO)

    Che cosa fossi me sarente altrove dalli sensi? Che cosa fossi s’altro fossi e diverso sostanziando un altro uomo me parando, uomo vero innalzando?
    Che cosa fossi s’jo avessi lo coraggio del turpume? Che cosa per davvero, che cosa ora indago, cosa fossi me sarente alieno dal timore di compiere ‘l talento? Che cosa fossi se a stellare lo mio ente fosse altro stellamento?
    Che cosa foste me capendo vo’altri senz’assordo? Ché se aveste la potenza d’accogliere potenza, e io fossi sovversivo nel midollo della scienza, s’jo avessi ‘l carismare d’esser etere nel taure, voi forse mutereste ogn’acino d’essenza.
    Che cosa vi pare io debba esitare se invero avanguardo, ché ho l’occhia assai vaste e più estese de’ mari che l’eden riverba? Ma ‘l verseggiare è vacuo nel cardo minando le ossa mie scevre di carne non marcia, e civita sacra del toro, Gerusalemme novella e verginale gemenza – par’ecco lo scempio nel fondo più fondo, null’altro che anomalo cosmo –, capo del mondo futuro, toresca fortezza inespressa, i tuo’ cardi calpesto poetando d’orrore acquattato, limesca favella priva di luce eppure vicina a fonti e a coppe di vita divina, com’utero letto a la Giuseppe semenza – ventre mariano, s’intende, di giovane sposa in germe di madre –, che chiuse nel bujo ‘l pianto del sorgivo messia: ‘l verseggiare è vacuo come l’occhio d’un morto che la terra l’assorba.
    Che la terra v’assorba, cherubini incerati, e la terra davvero digerisca la terra. E voi non capite sareste più veri se solo capiste che dio è capovolto? Voi non capite sareste più veri se solo capiste che dio è capovolto? Voi non capite che dio è capovolto?
    Che cosa se lo scimmiesco corteo smetteste d’un tratto fulmineo? Se voi non mutate, io mi sento elevato su vette d’argilla, e inganno e inflaziono lo genio malingue; ‘l vostro dialetto sciancato è del Samuele conato, come ‘l cane vermoso che langue dal retto artropodi molli.
    Che cosa io fossi la pena bramando e al contempo fuggendo, ché ambiguo è ‘l’che ‘l mondo sottende, simile al Nulla preggente gli dei, e ambigua adunque è scelta d’eroe, profeta mendace epperò benedetto?
    Son io benedetto? Che cosa dall’ora sputò lo demiurgo ‘n quel tempo d’astri d’Aquario io nacqui? Diss’Egli “è bene lui nacqua”? diss’Egli “nutra la Luna”? Ma a me era inviso lo nascimento, quel tempo negli astri d’Aquario, e urlava mia madre – la giovane scrofa –, lo squarcio vitale straziato da giorni, e io che quasi cadavere nacqui.
    Com’ogni altra creatura del mondo. Dove infatti sentite vagire? Dove l’eco dell’Urlo scorre fiumesca ‘n qualche vivo qu’attorno? Io non scorgo che immobile linfa, e stagna e venerea nell’arterie quaggiù: e quel che voi chiamate vita, per me ha nome stipsi.
    Un abisso di sterco vortigina ovunque, mentr’io procedo simile a larva fra piazze follesche, e tengo le occhia rivolte nel basso, e temo e verseggio me muto tacente, più muto che il santo decolle – è quello! è quello! –, più tacescente di Salomè, la bocca serrata da mano battista, ché sennò s’ode l’orgasmo di lei, i vangeli maledicendo.
    Mais je ne suis pas Jean Blaise, oui, je ne suis pas moi-même. Je voudrais réserver une chambre dans les temples de l’éternité. L’eternità della santissima santità dei santi padri ch’era un fenomeno sì cangiante – oh sì! –, la santità dei santi padri è un fenomeno cangiante, e d’altra parte un’avanguardia non può che irridere il marxismo ed esser certo reazionaria. E se qualcuno vuol schierarsi contro il Futurismo, io son qua a dirgli che Majakovskij inneggiava alla società sovietica.
    Che cosa fossi se altrove da me foss’altro per fine?
    Che cosa fossi se l’attacco avessi respinto e non sottoterra avessi sepolto lo specchio distrutto dalla mia ira?
    Che cosa fossi se ‘l ventre del mostro ov’io mi nascondo mai avessi scorto oltre ‘l muro laggiù?

    http://www.grigiotorino.it/?p=10474

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  13. *** *** ***

    Poii miei collaboratori mi diedero da pubblicare “Che cos’è l’Antilogica?”, “Della materia letteraria e dei suoi risvolti politico / spirituali” [che consiglio a tutti di leggere, visto il contesto] e “Cherubino”. Quindi toccò a me.
    A vossia:

    MANTRA DALL’OVEST

    Per il quattordicesimo intervento, dopo il volo del Cherubino di Begotten, rispolveriamo un articolo che scrivemmo qualche anno addietro, con tutt’altro scopo e ben diversi destinatari, e ne apparecchiamo qui alcune frattaglie.
    Benché non sia nostra intenzione divagare sul tentativo che questo scritto originariamente aveva, siamo ben lieti di dire che fummo, anche in quella circostanza, avanguardisti, perché anticipammo uno degli argomenti che di recente è stato vomitato dalle bocche ammorbate dei dirigenti italiani.
    Tuttavia, e per nostra fortuna, dai frammenti che riportiamo qui di seguito non emerge il significato particolare che l’articolo aveva quasi cinque anni fa’, e perciò ce ne stiamo belli tranquilli nella consapevolezza che nemmeno in quest’occasione la polizia speciale dell’Unione dei Governi potrà condannarci a morte mediante impalamento o sventramento.
    E ora, vorticando dal 2004 , ecco il nostro breve trattato:

    Quanti sono a capo della cosa pubblica – oltre a spartirsi gloria e fama, ricchezza e agevolazioni – dovrebbero essere profondamente consapevoli del loro ruolo, scritto nella Tradizione. Il sovrano, in tempi antichi, era illuminato, e in virtù di ciò gli era riconosciuta l’origine divina – non per l’ingenuità di quei popoli.
    La giustizia umana, codificata e ancora in fieri, si pone come mezzo di tutela delle libertà individuali. È senza dubbio evidente che il momento storico che stiamo vivendo non è fatto per Salomone e Zarathustra, ma il decadimento sul quale banchettiamo pare più inverminito che nella visione del kali-yuga.
    Che la legge degli uomini possa anelare a plasmarsi sulla legge di dio è, per la natura stessa d’un siffatto anelito, velleitario. «Lo sviluppo di ogni manifestazione implica necessariamente un allontanamento sempre maggiore dal principio da cui essa procede». Non solo la sapienza umana e di quaggiù è una sapienza per speculum in aenigmate, ma ogni attività umana non è che un’organizzazione simbolica dell’energia cosmica, esprimente la volontà dell’Assoluto. E le strutture sociali, dalle quali attualmente non è dato rifuggire – nel bene e nel male –, dovrebbero assecondare l’eco dolce e misteriosa del volere cosmico. Nessuno pretende che si possa arrivare a più di questo, giacché, come scrisse Lessing: «Se Dio tenesse chiusa nella sua destra tutta la verità, e nella sinistra il solo impulso eternamente vivo verso la verità, sia pure con il corollario d’un eterno errore, e mi dicesse: “Scegli!”, io sceglierei umilmente la sinistra, e direi: “Dammela, padre! La pura verità, infatti, è soltanto per te!”». Ma è comunque compito dell’uomo lottare strenuamente per avvicinarsi ad essa.
    Epperò, ogni cosa è rovesciata; del dio capovolto udiamo la voce al contrario. Ecco il dramma d’Occidente. «Il ruolo dei periodi di declino è di mettere a nudo una civiltà, di smascherarla, di spogliarla delle sue seduzioni e dell’arroganza legata alle sue realizzazioni. Essa potrà discernere quanto valeva e vale, e quanto vi era d’illusorio nei suoi sforzi e nelle sue convulsioni».
    Nel corso spasmodico del terzo millennio dalla nascita di Cristo, lo sguardo del mondo è sfocato, scorge appena una superficie e delle ombre – niente di più.
    Noi, invece, abbiamo le iridi vaste.

    http://www.grigiotorino.it/?p=11647

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  14. *** *** ***

    grazie ga, finalmente un commento.
    puoi espandere la tua opinione così capisco meglio perchè ti fa schifo? a me l’unica cosa che fa schifo è l’audio.
    ma insomma mi sto attrezzando pel doppiaggio.

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  15. Fu allora la volta d’un autore italo-portoghese, che mi propose “Internet non è”, dopo il quale ripresi io il timone.
    A vossia:

    DEL MARTIRIO E DEGLI DEI

    È opportuno principiare questa tavola con una considerazione da sempre sotto gli occhi di tutti: la errata attribuzione d’un significato a un significante può avere effetti disastrosi, e favorire le deviazioni insite in ogni manifestazione. Il caso che prenderemo in esame si basa proprio su un fraintendimento di questo tipo. Alla origine della questione sulla quale ci proponiamo di speculare è la seguente domanda: “se esiste un solo dio, perché vi sono tante religioni?”
    Secondo noi, vi fu un luminoso momento in cui gli uomini sapevano attribuire l’esatto valore alla parola dio: essi vivevano sotto le insegne del politeismo. Al di là degli esoterismi e degli archetipi ricorrenti, anche i politeismi per così dire gerarchici ammettevano, in ultima analisi, una sorta di equivalenza fra dèi. A ciascuno era attribuito un regno, d’ognuno era appannaggio almeno una funzione specifica dell’essere. Ma il momento primevo – la intelligenza universale da cui emanò la creazione, per intenderci – è sempre stato collocato altrove. Per il politeista, in sostanza, la Scaturigine scoccò quand’ancora le divinità erano in grembo. A nostro profano avviso, il monoteismo stravolge radicalmente questo stato di cose, conferendo al dio che va adorato anche il ruolo del dio creatore. Ecco perché solo un uomo nato in una civiltà monoteista può dichiarare che “il demiurgo fu funesto” (ci riferiamo a Emil Cioran, meraviglioso esploratore dell’abisso e sublime strangolatore di vertigini).
    Noi riteniamo che l’essere umano attuale sia incapace di rispondere alla domanda cardine di questo intervento proprio perché non ha chiaro il significato della parola dio, dacché i grandi monoteismi hanno tratto in inganno l’umanità. A noi, invece, pare che la risposta sia ovvia, ma proprio tale ovvietà consente di scorgere la potenza del sortilegio in cui le religioni più giovani ci hanno attorcigliato: dalla nostra memoria hanno estirpato la chiarissima verità che sin dall’origine conoscevamo, la verità profonda che le religioni sono molteplici perché numerosi sono gli dèi, e non uno soltanto. E sia noto che ci riferiamo a divinità reali, che hanno un’esistenza vera e tangibile. In definitiva, noi crediamo che gli dèi partecipino alla vita dell’uomo concretamente. Noi crediamo altresì che l’universo non sia opera di alcun dio, poiché il mistero profondo sotteso alla Sorgente è indeterminabile, e mai sarà sondato.
    Tutto ciò serva da introduzione. L’argomento su cui ci interessa spendere alcune parole è il martirio.
    Com’è noto persino ai demoni che vivono nell’ombra, la parola martire significa testimone: si offre una testimonianza della propria fede attraverso la perdita della vita. Noi sosteniamo che il martirio abbia diversi gradi di efficacia, vale a dire che la comunità degli uomini trae beneficio dal martire in misura diversa a seconda delle circostanze e della coscienza con la quale egli affronta il supplizio. Il presente articolo si occuperà del martirio dal punto di vista politico (d’una politica divina, sia chiaro).
    Il martire inteso come testimone è un concetto nato in ambito cristiano (allevato da quel cristianesimo delle origini, però, non dall’aberrazione successiva in nome della quale l’umanità è stata ripetutamente stuprata), la qual cosa è ovviamente legata al sangue ebreo di Logos. Già nelle civiltà dei proto-agricoltori, tuttavia, veniva celebrato il mito della divinità assassinata, un mito che si basava sull’idea che la morte violenta d’un dio fosse una morte creatrice. In particolare, si celebrava la morte dello spirito del grano, la quale doveva avvenire secondo un rituale complesso e sanguinario (schiacciamento e sventramento della vittima sacrificale), perché era necessario dare al grano una morte secondo valore, ossia una morte che ne garantisse la ricomparsa (era, dunque, un rito propiziatorio). È interessante notare che la passione del nume tutelare del grano si svolgeva lungo vere e proprie stazioni, similmente alla passione di Cristo – e ciascuno, in base alla propria cultura, tragga le conclusioni che può. Secondo noi, il martire imita la divinità (ecco la pasoliniana divina mimesis) e quindi si fa uccidere per creare. Diremo che nulla è più espressivo del corpo acefalo di Giovanni Battista, nemmeno la tragica Salomè e il suo peculiare modo di danzare alla Luna.
    Tralasciando il mito e immergendoci nella politica becera, avvertiamo subito che noi siamo messaggeri d’un fatto taciuto dai più, e sia pure considerato lo sproloquio d’un invasato: esistono gli dèi e guerreggiano fra loro. Essi lottano per sopravvivere. Quanti dèi si sono estinti? E di quanti non abbiamo neppure la nozione che un giorno apparvero al mondo? Occorre evocarli, gli dèi, per tenerli vivi. Ecco il punto: la roboante guerra delle deità è combattuta attraverso gli uomini. Il potere d’un dio proviene dal numero di fedeli che lo pregano. Tutti sanno del tempo in cui le divinità greche dominavano la Terra. Ora è un ciclo diverso: ora è il tempo del dio dei crocifissi, che prima era il dio dei circoncisi. Innumerevoli martiri sono stati usati affinché il dio giudeo divenisse il più osannato. Le guerre di religione non sono state volute – né lo sono tuttora – dagli esseri umani, bensì dagli dèi che li muovono: un esercito, per uscire vittorioso, deve essere numeroso ed euforico, assordare il cielo col fragore dell’esultanza e dell’armi che fan musica. Un martire, a ben guardare, incita maree di fedeli. Si tratta, dopotutto, d’una questione di marketing: il martire è un testimonial. Sia tenuto in gran conto il meraviglioso “Vangelo Secondo Gesù Cristo”, e si guardi pure all’ineffabile “Ambiguo Rivelato”, allorché i tre empirei, riportando i versi d’un poeta innominabile, dicono candidamente che si curarono di Logos “solo perché fu affisso come una pubblicità”. La guerra, come apprendiamo nei “Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto”, è un risultato d’influenze planetarie. Quando due o più pianeti nello spazio interstellare si avvicinano troppo tra loro – la qual cosa lassù avviene in un tempo brevissimo, veloce come uno sbattimento di palpebre nel sonno –, le persone sulla Terra cominciano a massacrarsi per anni. E non è un caso se abbiamo dato ai pianeti del sistema solare il nome delle divinità romane.
    Questo, a nostro modo di vedere, è un argomento che senza dubbio andrebbe affrontato in altre sedi, poiché è questione alla base dei fondamentalismi e delle abominazioni di cui furono espressione i cristofori evangelizzatori dei secoli addietro. Provare a descrivere questi fenomeni senza far riferimento all’esistenza delle divinità e specialmente alla loro concretissima e dirompente influenza sugli uomini, tentare di trovare una spiegazione lanciandosi vertiginosamente nel fondo inconoscibile dell’animo umano, dare all’uomo la colpa dell’orrore sotteso a certi grandi movimenti, insomma, è una soluzione mutila. Quel che davvero è necessario riconoscere è che non abbiamo alcun potere sulla realtà che ci circonda, poiché quanto avviene è sempre sotto il controllo d’una volontà più alta, indecifrabile: la volontà degli dèi.

    http://www.grigiotorino.it/?p=12574

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  16. *** *** ***

    Infine, l’ultimo brano da me scritto pella mia rubrica OLIODIPIETRA.
    A vossia:

    LA MORTE COME ESIGENZA ESPRESSIVA

    Il tema principale del presente intervento è l’invenzione d’una nuova forma d’espressione: un’espressione fondata sulla morte. La questione è evidentemente assai complessa, e occorrerebbero innumerevoli pagine solo per raccontare la rivoluzione gnoseologica che la possibilità di questa destabilizzante modalità espressiva ha suscitato presso chi qui scrive. Poiché quel che maggiormente ci colpì fu l’idea che tale espressione è accaduta per davvero, e precisamente è accaduta il 2 novembre 1975, nel campetto di calcio all’idroscalo di Ostia, dove Pier Paolo Pasolini, “morendo, s’è espresso con l’estrema sua azione”.
    È necessario precisare sin da subito che ci baseremo sul preziosissimo lavoro di Giuseppe Zigaina, il quale, com’è noto, ha dedicato gli ultimi vent’anni alla decodificazione del linguaggio gergale usato da Pasolini almeno a partire dal 1960 fino a poche ore prima della sua morte (ossia, plausibilmente, fino all’intervista rilasciata a Furio Colombo, intitolata dal poeta stesso “Siamo tutti in pericolo”). Già il critico d’arte Federico Zeri, parlando di Caravaggio, affermò di scorgere una forte somiglianza tra la fine del pittore lombardo e quella di Pasolini, perché in entrambi sembra che questa fine sia stata “inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi”. In effetti, proprio questa è la tesi di Zigaina, che ha ampiamente dimostrato che il poeta di Casarsa della Delizia ha progettato la sua morte così come è avvenuta, e non solo che l’ha progettata e attuata, ma che ha anche mantenuto il segreto fino alla fine, pur tuttavia profetizzandola e parlandone nelle sue opere in modo gergale. Un gergo, è utile sottolinearlo, richiede un lavoro di decifrazione, ed è proprio grazie a tale lavoro che noi, guidati da Zigaina, abbiamo compreso il senso dell’opus di Pasolini. Che poi non è che il senso della sua morte, ossia una morte rituale organizzata dallo stesso regista-martire per autodecisione secondo l’antico mito di morte e rinascita. Malgrado la poca propensione del mondo accademico italiano a riconoscere l’enorme valore della tesi sviluppata da Zigaina, a noi pare che essa sia la condizione mancante la quale risulta impossibile comprendere fino in fondo l’incommensurabilità dell’opera di Pasolini.
    In sintesi, ciò che è grande, nel poeta friulano, non è tanto ch’egli s’è espresso morendo, quanto il fatto che abbia organizzato per quindici anni la propria morte, attribuendole il ruolo di linguaggio destinato a relogificare il senso della sua ultima e più importante produzione, e pure che abbia detto al mondo di questo suo proposito (i Comunicati all’Ansa sono emblematici), poiché, in quanto autore, era presente in lui la necessarietà d’esprimersi mediante il gergo di cui sopra, affinché l’oltraggio alla morale comune insito in un tale progetto di opera futura non impedisse la sua morte espressiva, il suo andarsene in un verso, poetando.
    Quel che deve essere immediatamente chiaro, in verità, è che la tesi di Zigaina, se accettata, fa di Pasolini uno dei più sconvolgenti, perturbanti, pericolosi – almeno a citare alcuni esponenti della accademia – e rivoluzionari autori della contemporaneità se non della modernità. Si tratta d’empatia, e non è possibile stare nel mezzo: o si sposa totalmente questa tesi, oppure la si aborre dalle viscere, la si rifiuta perché essa può risultare intollerabile, anzi, essa è, non c’è dubbio, scandalosa, “perché vivere è un dovere”. L’idea che lo stile di Pasolini fosse uno stilo – un pugnale – ch’egli stesso piantò nel proprio cuore, ch’egli fosse cioè una “bestia da stile”, capace di morire nella sua creazione, di “morire come in effetti si muore di parto”; l’idea che nel suo nuovo teatro – un teatro di parola, dove parola, per suggestione, ci rimanda al Logos che fu crocefisso – anziché dire “Buona sera” si dicesse serenamente “Vorrei morire”; il pensiero che Pasolini fosse un autore “con la mancanza di tatto e l’inopportunità necessarie a rivelare in qualche modo di desiderare di morire”, appunto, “e di venire meno quindi alle norme dell’istinto di conservazione”; l’idea ch’egli si sia “volontariamente martirizzato”, “in un atto – privo di precedenti storici – di ”; l’idea, insomma, ch’egli abbia organizzato il proprio trasumanar, parola tratta da quel Dante nel quale era così forte la volontà a esser poeta, quando poi è evidente che in realtà era Pasolini a voler esser poeta, ma poeta particolare, “più moderno di ogni moderno”, l’unico capace d’esprimersi morendo; tutto ciò è arduo accettarlo perché va contro la natura, la quale, in ultima istanza, vuole che l’istinto di conservazione trionfi su quello di autodistruzione. D’altra parte, fu egli stesso, nelle Osservazioni sul piano-sequenza contenute in Empirismo Eretico, a dire: “finché io non sarò morto, nessuno potrà garantire di conoscermi veramente, cioè di poter dare un senso alla mia azione, che dunque, in quanto momento linguistico, è mal decifrabile”. È così palese da accecare: la sua azione fu un momento linguistico, la sua morte fu quindi un’espressione. E occorre sottolineare che egli faceva riferimento alla propria morte – ovvero a una “morte d’autore” –, e non alla morte in generale.
    Zigaina, in uno dei numerosi colloqui intercorsi fra noi nell’ultimo periodo, ci raccontò di quando Pasolini, avendo appreso del seppuku di Mishima Yukio, avvenuto il 25 novembre 1970, manifestò dei dubbi sull’opportunità di restare ancora vivo dopo quello che lo scrittore giapponese era stato capace di fare. A noi sembrano innumerevoli le somiglianze fra quest’ultimo e il poeta italiano, e pertanto ci limiteremo a elencarne solo alcune. Anzitutto, entrambi furono legati a un modello di tradizione: basti citare, per quanto concerne Mishima, la stesura delle “Lezioni spirituali per giovani samurai”, il cui titolo da solo palesa il tentativo di recuperare una parte importante dello spirito del Giappone, e, relativamente a Pasolini, questi due versi di Una disperata vitalità: “Io sono una forza del passato. / Solo nella tradizione è il mio amore”. Furono tutti e due intellettuali complessi e controversi, spesso e volentieri osteggiati dai critici letterari e non soltanto delle rispettive patrie. Ambedue diedero grande importanza alla azione; e se il nostro ne ha parlato esplicitamente (la già citata estrema azione, piuttosto che la poc’anzi detta azione in quanto momento linguistico), Mishima ha addirittura scritto una serie di precetti titolati “Introduzione alla filosofia dell’azione”, e noi vorremmo porre l’accento su un passo di questo volume che ha delle analogie sorprendenti con altri di Pasolini, messo all’inizio del libro, come una sorta d’avvertenza: “Se proprio si vorrà trovare una formula per definire l’Introduzione alla filosofia dell’azione, si potrà dire: “, vale a dire con la realtà, direbbe Pasolini, la quale ha un suo proprio linguaggio, fatto di corpo e sangue, il corpo e il sangue mediante i quali “anche un santo parla, in silenzio”; perché, a ben guardare, né Platone né Aristotile hanno mai “contemplato la possibilità del discorso vissuto.” Ma specialmente, sopra ogni altra cosa, a noi pare che l’analogia più importante fra i due autori sia rappresentata dal modo in cui entrambi sono morti. Pasolini, come ha dimostrato Zigaina, ha organizzato la propria morte nei minimi dettagli: scegliendo il luogo (Ostia, dal latino Hostia, che significa vittima sacrificale), la data (la notte tra sabato 1 e domenica 2 novembre 1975, tra il giorno dei santi e quello dei morti, in un periodo, cioè, di tempo sacro per la religione cristiana), e la modalità (a bastonate e poi con lo sfondamento del torace, allo scopo di rivivere la passione del nume del grano, argomento ch’egli scovò in “Morte e pianto rituale” di Ernesto de Martino, e che portò al cinema attraverso quel capolavoro poco indagato che è “Medea”). Pasolini, in sostanza, è morto in modo spettacolare e umiliante – spettacolo e umiliazione derivanti dal fatto che a ucciderlo fu un ragazzo di vita restio a consumare un rapporto sessuale, derivanti dal fatto che il suo corpo maciullato fu rinvenuto e lasciato allo sguardo di telecamere e persone inebetite. E, allo stesso tempo, è morto per protesta; ce lo dice egli stesso, anzi lo profetizza, in Bestia da stile: “Proprio perché è festa. / E per protesta voglio morire di umiliazione. / Voglio che mi trovino morto col sesso fuori, / coi calzoni macchiati di seme bianco, tra / le saggine laccate di liquido color sangue”. Ecco perché Zigaina parla della morte di Pasolini come d’un suicidio su commissione. E anche Mishima s’uccise in modo plateale, mediante sventramento seguito dal taglio della testa – infertogli da Hiroyasu Koga, membro dell’Associazione degli Scudi fondata dal letterato giapponese –, il 25 novembre 1970, dopo aver pronunciato un discorso alla nazione e a mille soldati, esattamente 22 anni dopo l’inizio della stesura delle Confessioni di una maschera, il suo lavoro più tragico e più autobiografico, che per primo gli diede grande successo. E ovviamente il seppuku di Mishima fu pure una ribellione ideologica contro un Giappone che aveva perso il suo spirito più arcaico e più puro. Un suicidio conseguente un’apparente umiliazione, ché il proclama ch’egli pronunciò rimase inascoltato e non ottenne risposta; disse invano Mishima: “Noi ora testimonieremo a tutti voi l’esistenza di un valore più alto del rispetto per la vita. Questo valore non è la libertà, non è la democrazia. È il Giappone. Il paese della nostra amata storia, delle nostre tradizioni: il Giappone. Non c’è nessuno tra voi disposto a morire per scagliarsi contro la Costituzione che ha disossato la nostra patria? Se esiste, che sorga e muoia con noi! Abbiamo intrapreso questa azione nell’ardente speranza che voi tutti, a cui è stato donato un animo purissimo, possiate ritornare ad essere veri uomini, veri guerrieri.”
    Due morti scenografiche e fragorose, dunque, perché, come ci spiega Pasolini: “una cosa è essere martirizzati in camera e una cosa è essere martirizzati in piazza, in una morte spettacolare”, dal momento che “solo la morte dell’eroe è uno spettacolo; e solo essa è utile.”
    Ma non solamente questo ci spinge a dire ch’esiste una comunanza fra le dipartite dei due poeti, ché sarebbe poca la sostanza. Sia Pasolini che Mishima hanno terminato le loro esistenze con delle morti rituali – e il rito, nell’autore italiano, è di fondamentale importanza. Ancora, se a Margherite Yourcenar pareva che l’intera produzione letteraria di Mishima fosse votata alla morte, è innegabile che questo vale anche per Pasolini, sia sufficiente pensare ai personaggi principali del suo cinema, quasi tutti segnati da un epilogo tragico e violento.
    Per concludere, lo scrittore giapponese, con quell’ultimo suo gesto, ha tentato di unire la propria arte – quasi ossessionata dalla presenza della morte – alla propria vita, e la prova di ciò consista nel fatto che poche ore prima di suicidarsi egli consegnò al proprio editore l’ultima parte della tetralogia “Il mare della fertilità”, terminata tempo prima, ma sull’ultima pagina della quale appare la data “25 novembre 1970” – una sorta di testamento, evidentemente. E Pasolini, in Una disperata vitalità, annuncia: “Io me ne starò là, / come colui che suo dannaggio sogna / sulle rive del mare / in cui ricomincia la vita”, e più avanti: “Comincerò pian piano a decompormi, / nella luce straziante di quel mare, / poeta e cittadino dimenticato.”
    Mishima, moderno samurai, riteneva che il sapere senza l’azione fosse osceno; Pasolini, col solito stratagemma del gergo, ci avvertì che “il fonema senza il gesto è un semantema diverso”. Per entrambi, prenderemo per valida l’affermazione che “Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci”.

    http://www.grigiotorino.it/?p=14037

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  17. ***

    ci tengo a precisare che do a questo video un grande valore sul piano del contenuto – ossia il testo recitato – mentre sono assolutamente consapevole delle pecche che ha sul piano tecnico. oltre all’audio, altre cose potevano essere migliori.
    io sono uno scrittore e la video-arte la pratico come altra modalità espressiva, ma so che devo ancora imparare tante cose.
    sia chiaro: non sono uno sprovveduto.
    grazie

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  18. Gran bel testo giò, contiene il giusto disprezzo e spero anche il disprezzo dei giusti (nel senso: sei tu un giusto?)
    Anche il video suggerisce quella dovuta angoscia che dovrebbe ccompagnare tutti coloro che hanno capito. Nel complesso meriti un bel 5
    Nico

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