Il romanzo incompiuto (opera estesa)

Autore Guido Silvestri

Descrizione A riavvolgere la storia della sua famiglia, sembrava che per generazioni avessero lavorato ad un solo scopo: accumulare ricchezza sino a mettere uno di loro nella condizione di essere libero, cosicché potesse concludere ciò che tutti desideravano.

postato il 2009-04-14 15:37:59

I.

A riavvolgere la storia della sua famiglia, sembrava che per generazioni avessero lavorato ad un solo scopo: accumulare ricchezza sino a mettere uno di loro nella condizione di essere libero, cosicché potesse concludere ciò che tutti desideravano.

Si sarebbero poi mossi ai limiti della dissimulazione, per non vanificare tutto, come invece quella volta disgraziata.

Se avesse saputo di essere il terminale di tale sforzo collettivo, avrebbe smesso di essere libero. Che la sua condizione fosse un dono, come solo per gli adolescenti.

Se poi un giorno magari ingrigito l’avesse scoperto, pazienza, purché avesse concluso ciò che non poteva più rimandarsi.

Il silenzio che saliva da sotto distolse d’improvviso Federico dai suoi pensieri e dalla lettura del quaderno. Non si sentiva più il chiacchiericcio delle donne in cucina. Era ora di cenare e probabilmente era già tutto già pronto. Sarebbe comunque sceso subito a vedere se c’era bisogno di un’ultima mano.

Sino al momento in cui aveva finito di leggere quel quaderno, i contorni esatti di quel disegno, anzi il fatto stesso che un disegno esistesse, non gli era mai stato chiaro.

Chiaro era solamente che per i maschi della sua famiglia quella di scrivere un romanzo era una passione che attraversava l’albero genealogico in lungo e in largo. Un’ossessione, si sarebbe potuto ben dire, che consisteva esattamente nel portare a termine il romanzo, nel poter scrivere la parola fine.

Certo poi si trattava di pubblicarlo ed era anche necessario che avesse successo. Ci tenevano, altrochè. Ma queste fasi li preoccupavano meno: esse appartenevano al mondo del fare, delle relazioni umane, ed in questi campi non avevano mai avuto grandi difficoltà. Stavano lì a testimoniarlo gli innumerevoli successi che avevano conseguito in diverse occasioni e che tutti noi, più giovani, ben conoscevamo. Invece creare, e qualcosa che avesse poi un minimo di dignità, stava risultando molto più difficile di ogni previsione.

Mentre scendeva la scala, con i suoi pori della pietra bene in vista e gli spigoli arrotondati e lucidi, tornò a sentire le voci, dalla sala più lontana. Quella di sua nonna, di sua madre, poi tutte le altre.

Per altre famiglie, riprese a pensare, ci sarà invece l’ossessione del calcio, o per chi è nato in America il baseball. Per altre quella del il primo milione di dollari o quella, più esatta, di arrivare a vedere il proprio figlio dirigere l’orchestra sinfonica della città piovosa che ci accolse freddamente quando ci trasferimmo ancora bambini.

Buffo, fu così tanto tempo fa che non lo ricordo più. Invece, per le bizzarrie della memoria, non ho scordato il mare che si vedeva dalla terrazza della casa che dovemmo lasciare da piccoli. Forse perché così tante volte l’avrei visto riflesso negli occhi grigi gatto di mia madre, quando rimaneva bloccata a guardare un orizzonte che non c’era.

Io però sapevo cosa stava guardando, ma neanche io, pur essendo io e lei come eravamo io e lei, ho mai confessato, per paura di farle male, cosa vedevo riflesso nei suoi occhi. Fuori era immobile, assente si sarebbe detto, ma dentro io sapevo che poteva rompersi, anche se era un gatto.

II.

Era la sera del sabato. Sino ad allora era stato un fine settimana percorso da una tensione continua.

Mio padre, Vittorio, era arrivato come d’abitudine il venerdì sera, per passare un paio di giorni nel nostro paese di campagna, Campovecchio.

Nei suoi piani avrebbe come sempre preso un po’ di distacco dalle vicende quotidiane. Avrebbe ritrovato la famiglia allargata, sua e del cugino Renato, parlato con tutti e solo con alcuni, sentito le novità, soprattutto dai più giovani, dibattuto degli argomenti di sempre, in piazza o in salone.

In realtà però fu come se fosse rimasto nella Capitale. Da quando, il cappotto in mano, era sceso dalla macchina e salutato l’autista, non si era mai staccato dal telefono. Aveva sessant’anni, alto; portava i capelli pettinati all’indietro, molto dopoguerra direi, ma li aveva ancora quasi tutti neri e ciò gli dava un aspetto decisamente più giovane.

Sapevamo in famiglia, e tutti in paese sapevano, che quello era un momento importante per lui, e quindi anche per quelli che gli erano vicini. Era un manager di successo, capitava di vederlo citato nelle pagine economiche dei quotidiani, soprattutto quando si apriva la stagione delle nomine dei grandi gruppi industriali o finanziari.

Per le persone come lui il tempo era la risorsa più scarsa. Aveva un’assistente, Luciana, la quale faceva in modo che tutti gli impegni si incastrassero nelle ore discrete secondo il giusto ordine di priorità. Una sorta di Tetrics vivente.

Una volta che aspettavo mio padre in segreteria, mi raccontò in confidenza che le assistenti vivono praticamente in simbiosi “con questo tipo di personaggi”, così si espresse. Lei, nel lavoro precedente, era in grado di capire, dal solo umore dell’amministratore delegato del tempo, se la sua compagna era stata, per così dire, “prodiga di favori” o meno nel corso del fine settimana. Ne avevamo riso insieme, cercando di non fare troppo rumore. Luciana era quel tipo di persona che si avventura volentieri in battute spinte, ma riesce comunque a rimanere al proprio posto.

Poi aveva aggiunto che ora, alla stessa maniera, era in grado di capire dall’umore di mio padre, se durante il fine settimana era riuscito a buttar giù qualcosa di accettabile per la storia che stava scrivendo.

Il romanzo incompiuto (opera estesa)ultima modifica: 2009-04-15T15:48:30+00:00da romaeuropawf
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4 pensieri su “Il romanzo incompiuto (opera estesa)

  1. [altro commento in libertà, tanto non si vota ancora]
    Sul piano della forma, trovo che ci siano molte incertezze linguistiche (es. “ai limiti della dissimulazione” o “al limite…”? ma anche varie altre sviste) e, infatti, ricorri più volte a frasi fatte che la letteratura ha ormai consumato (su tutte, “il chiacchiericcio delle donne in cucina”) che stridono, senza nessuna ragione apparente, con il registro “parlato” che affiora spesso – sia in una sintassi al limite dell’anacoluto che in descrizioni, come quella del padre, lunghe come in un romanzo ma assolutamente “dette” (molto dopoguerra, direi; essendo io e lei come eravamo io e lei).
    Più che un racconto, ne viene fuori un abbozzo per qualcos’altro. Sensazione che, a mio avviso, è rafforzata da due elementi: da un lato manca – e l’aspettiamo, visto il ritmo, ma le battute son finite! – che si espliciti la relazione tra la prima e la seconda parte, dall’altra i tre personaggi e la voce narrante vanno tutti ben oltre i limiti del racconto, che ce li presenta senza dirci mai in che relazione sta il loro apparire, al quale dedichi così tanto spazio, con il loro fare.

  2. *** *** ***

    questo racconto mi aveva lasciato perplesso e non sapevo bene cosa dirne. comunque ora che le votazioni son chiuse, posso affermare che è uno di quelli che mi è piaciuto di più.
    Ottimo davvero e assai potente l’incipit

    A riavvolgere la storia della sua famiglia, sembrava che per generazioni avessero lavorato ad un solo scopo: accumulare ricchezza sino a mettere uno di loro nella condizione di essere libero, cosicché potesse concludere ciò che tutti desideravano.

    Un saluto

    ***

  3. Quattro dei primi cinque classificati nella classifica GENERALE sono tra i primi cinque classificati nella classifica della giuria POPOLARE – ossia degli autovoti.
    Un altro, “L’estate Infinita”, di decostruzione, è scritto da una persona che collabora colla scuola HOLDEN da lungo tempo, e la ha inoltre frequentata.
    E’ interessante anche notare che Marzotto, ossia decostruzione ossia colui che ha collaborato con e frequentato la scuola HOLDEN, ha pubblicato un racconto con PERRONE EDITORE, casa editrice per la quale, come si legge nella biografia, anche il vincitore PIRANDELLO DEI POVERI Peppe Rizzo alias Istruzioni per l’uso di stereotipi palermitani sta preparando un romanzo.

    Inoltre vorrei sottolineare che l’autore del brano vincitore è l’unico che abbia cambiato il titolo dell’opera estesa rispetto all’incipit, la qual cosa fu vietata a me dalla E-GUIDE.

    Perchè?

    Mi rifaccio al mio sempiterno maestro ALESSANDRO MANZONI

    Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,

    Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

    Dai solchi bagnati di servo sudor,

    Un volgo disperso repente si desta;

    Intende l’orecchio, solleva la testa

    Percosso da novo crescente romor.

    Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

    Qual raggio di sole da nuvoli folti,

    Traluce de’ padri la fiera virtù:

    Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto

    Si mesce e discorda lo spregio sofferto

    Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

    S’aduna voglioso, si sperde tremante,

    Per torti sentieri, con passo vagante,

    Fra tema e desire, s’avanza e ristà;

    E adocchia e rimira scorata e confusa

    De’ crudi signori la turba diffusa,

    Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

    Ansanti li vede, quai trepide fere,

    Irsuti per tema le fulve criniere,

    Le note latebre del covo cercar;

    E quivi, deposta l’usata minaccia,

    Le donne superbe, con pallida faccia,

    I figli pensosi pensose guatar.

    E sopra i fuggenti, con avido brando,

    Quai cani disciolti, correndo, frugando,

    Da ritta, da manca, guerrieri venir:

    Li vede, e rapito d’ignoto contento,

    Con l’agile speme precorre l’evento,

    E sogna la fine del duro servir.

    Udite! Quei forti che tengono il campo,

    Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,

    Son giunti da lunge, per aspri sentier:

    Sospeser le gioie dei prandi festosi,

    Assursero in fretta dai blandi riposi,

    Chiamati repente da squillo guerrier.

    Lasciar nelle sale del tetto natio

    Le donne accorate, tornanti all’addio,

    A preghi e consigli che il pianto troncò:

    Han carca la fronte de’ pesti cimieri,

    Han poste le selle sui bruni corsieri,

    Volaron sul ponte che cupo sonò.

    A torme, di terra passarono in terra,

    Cantando giulive canzoni di guerra,

    Ma i dolci castelli pensando nel cor:

    Per valli petrose, per balzi dirotti,

    Vegliaron nell’arme le gelide notti,

    Membrando i fidati colloqui d’amor.

    Gli oscuri perigli di stanze incresciose,

    Per greppi senz’orma le corse affannose,

    Il rigido impero, le fami durâr;

    Si vider le lance calate sui petti,

    A canto agli scudi, rasente agli elmetti,

    Udiron le frecce fischiando volar.

    E il premio sperato, promesso a quei forti,

    Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

    D’un volgo straniero por fine al dolor?

    Tornate alle vostre superbe ruine,

    All’opere imbelli dell’arse officine,

    Ai solchi bagnati di servo sudor.

    Il forte si mesce col vinto nemico,

    Col novo signore rimane l’antico;

    L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

    Dividono i servi, dividon gli armenti;

    Si posano insieme sui campi cruenti

    D’un volgo disperso che nome non ha.

    http://1.bp.blogspot.com/_g5FXH3ro7BI/SUwZ2R25sKI/AAAAAAAAAJA/All_-dYEkS8/s400/forza+mafia.jpg

    Grazie.

  4. complimenti comunque al vincitore e a tutti quanti i racconti sono molto belli
    a parte tutto, tutto è molto bello.

    prima scherzavo, questo contest ha mostrato all’italia gente con tanto talento.

    complimenti alle eguide e a tutti.
    tutto molto bello e professionale

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