Istruzioni per l’uso di miracoli e tamburi

Autore Giuseppe Rizzo

Descrizione Fondo Picone fino a qualche anno fa era una baraccopoli vicino al fiume Oreto di Palermo. Quando il resto della città se ne accorse, provò a girare la faccia dall’altra parte, ma inciampò e si fece un gran male. L’ipocrisia, di solito, non ha la vista lunga. Il comune promise a molti la casa popolare, i giornali fecero un gran fracasso, ma i professionisti dell’indignazione presto si stancarono e mollarono gli abitanti di quel quartiere al loro destino. Rosetta Di Fresco ci racconta come lei e la sua famiglia ce l’hanno fatta, sfruttando al meglio miracoli, tamburi e cocciutaggine.

postato il 2009-04-13 12:30:45

Scongiuravamo la neve per tre motivi: casa nostra sarebbe crollata, mamma sarebbe morta, papà l’avrebbe ammazzata. Era lei che desiderava la neve. Nelle baracche di Fondo Picone, al fiume Oreto, tutti sognavamo un tetto da quando Gesù aveva inventato le case popolari e il sindaco di Palermo le aveva distribuite come ostie. A noi, niente. Secondo mamma perché eravamo dei peccatori. Secondo papà perché erano dei cornuti. Lei però insisteva: «I morti viaggiano nei fiocchi di neve, e portano miracoli per i vivi». Non era vero, ma era possibile, e ci credevamo perché avevamo un gran bisogno di miracoli. Papà il suo ce lo presentò a Natale. Tornava dalla taverna di via Filiciuzza, ubriaco, le spalle cariche di pioggia e tristezza. «A Capodanno siamo fuori da questa fogna», esordì. «Grazie a questo, il più bel regalo che il Nazareno ci poteva fare quest’anno». Si riferiva al biglietto che aveva in mano. E a Gesù. Mamma si morse la lingua. Bestemmie non ne poteva sentire. E manco minchiate. Rosetta, a 4 anni, si aspettava una sorpresa. Nino, a 18, non si aspettava più niente. Papà lesse: «Palermo-Paradiso solo andata, carrozza n. 2». «Santa Rosalia, Teresì, vai a chiamare il dottore che tuo padre strammò», mi disse mamma. Poteva essere. Lo guardai. Quel suo biglietto argentato con le lettere d’orate. Poi guardai lei. Le sue rughe appiccicaticce come le mensole della cucina. Scelsi lei e mi alzai. «Teste di minchia – abbaiò lui – questo qui domenica lo mettiamo sul bancone a Ballarò. Qualche picciotto dei nostri spara offerte grosse. Il prezzo sale. Passa il pollo e lo spenniamo. E coi piccioli convinciamo l’assessore Cusumano a farci dare la casa popolare». «Arrivò il mago della minchiata!», lo coglionò Nino. Papà lo afferrò per la gola e iniziò il nostro gioco preferito, la lotta greco-palermitana: padri contro figli, mogli contro padri, figli contro resto del mondo. Non era il primo Natale che passavamo così.

Il 28 eravamo a Ballarò a eseguire IL PIANO. Di solito vendevamo roba recuperata dalla monnezza, non biglietti per il Paradiso. Comunque. I 3 fratelli Abbate facevano finta di litigarsi il pezzo di carta. Polli però non se ne vedevano. Anzi. Arrivò quel mala tacca di Lillino Cascio. «Che è, Totò, novità?», chiese. «Tutte cose proviamo per il bene delle creature, Lillì». «Giusto, magari il Signore te la fa la grazia di diventare normale un giorno». Appena Lillino si allontanò, tirai papà in disparte. «Quanto deve durare questa minchiata?» «Levati, scimunita. A 15 anni che vuoi capire?» «Ha ragione mamma: quando sentono la tua puzza, pure i cornuti cambiano marciapiede». Strinse i pugni e se ne tornò al bancone. Nino gli sputò sulle scarpe e se ne andò. Alle 12, eravamo gli zimbelli del mercato. Io e Nino ce ne andammo a casa. Soli. Mamma non ci chiese neanche che fine avesse fatto papà.

Si rimaterializzò a casa la sera del 31. «Marì – disse entrando – prepara il café!» Mamma sturbò. Stava per tirargli il braciere su cui eravamo piegati, quando dalle sue spalle si affacciò un nano. Rosetta: «E quello cos’è?» Papà: «Lui è il Principe». A me e mamma caddero le mascelle sulle ginocchia. Il Principe andò a sedersi a tavolino e iniziò a fissarci. Papà decise di farlo lui, il café. «Il Principe è qui per la casa», disse, preparando la macchinetta. «Vendiamo?», rise Nino. «Non la nostra, la sua, in via Libertà – disse papà, calmo – in cambio di quel biglietto, quello del treno». Inghiottii. Vermi e chiodi arrugginiti. Nino mi aveva detto che se vedeva ancora quel biglietto mi avrebbe scannata. «I biglietti li vendono alla stazione», freddò papà. Prima che si uccidessero, filai in camera. «Eccolo», dissi, ritornando col biglietto in mano e le formiche nel sangue. Sapevo che Nino mi avrebbe strappato la testa per averlo conservato. Intervenne mamma: «Il café è pronto». Ci invitò tutti a tavola, ma il Principe bevve il suo come se fosse fuoco. «Uno stecchino?», chiese. Glielo presi. «Ecco la mia vita – disse, puntando la macchia di café in fondo alla tazzina – una fatica inutile, finché non mi sono sposato. Una stella. Poi il destino cane me l’ha levata. E ora sono qui». Indicò un punto in cui la macchia si spezzava in due. «Vedete, qua devo saltare, Giulia mi aspetta dall’altra parte. Perciò, mi serve il biglietto». «Questo qua la farina doppio zero c’ha in testa», disse Nino. Il Principe lo squadrò. «Ma dove l’avete trovato? I coglioni meglio di lui all’ospedale li buttano», disse, assiderandoci tutti. A salvarci ci pensò Rosetta. «Ma tua moglie te le lasciava dire le parolacce?» Il Principe si sciolse in una risata. «Arrivato a destinazione, smetto. Promesso». La mossa successiva ora stava a me. Guardai mio padre. Le rughe sulla sua faccia. Mai notate. Gli schiacciai un occhio e allungai il biglietto al Principe. «Grazie – disse lui – e addio».

Quella fu l’ultima notte passata a Fondo Picone. Poi accaddero tre strane cose. L’indomani provammo la chiave nella casa del Principe: apriva. In serata un tizio si impiccò alla stazione: un nano. Di notte, Palermo s’imbiancò: neve. Mamma non ebbe dubbi: in uno di quei fiocchi c’era pure il Principe. Mio padre la prese da un altro verso: «Chi ti dice di non suonare il violino, ti dice una minchiata, tu continua a suonare il tamburo». Sapevo che non era vero, ma era possibile, e imparai a crederci perché il tamburo era lo strumento che volevo suonare da grande.

Istruzioni per l’uso di miracoli e tamburiultima modifica: 2009-04-14T17:34:46+00:00da romaeuropawf
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28 pensieri su “Istruzioni per l’uso di miracoli e tamburi

  1. Cominciamo dalle ovvietà che sai già: la narrazione è ottima, il testo scorre che è un piacere, la favola e i suoi personaggi sono, per l’appunto, magici (e lo dico dal punto di vista forse viziato di palermitano).

    Veniamo alle “critiche”.
    Sul miracolo, ci siamo. Sulla cocciutaggine pure. Al limite, anche sul violino. È il tamburo che mi sfugge. Sembra, leggendo quella frase, di essersi persi qualcosa. Uno degli elementi che mi ha tratto in inganno e confuso è la discrepanza tra la Descrizione – che ci dice che a narrare è Rosetta – e lo scoprire che a narrare è invece Teresina. Al di là di questo, il racconto è una festa per gli occhi e, al limite, c’è troppa roba. O meglio: rispetto alla nitidezza del primo paragrafo, il secondo ma soprattutto il terzo risultano, a me, affastellati. D’altra parte, sei arrivato al limite delle 5400 battute e farci stare dentro tutto era un’impresa. Secondo me ci sei praticamente riuscito.

  2. Ops ops, piccolo refuso. Si-Culo, hai ragione: nella descrizione si dice che a narrare la vicenda sia Rosetta, ma in verità è Teresina. Ho fatto le mie indagini, ho scritto a ‘Chi l’ha visto’ e ho riconnesso il mio cervello: la protagonista-voce narrante è ovviamente Teresina.
    Grazie per l’ottimo commento

    giri

  3. Caro pepperizzo…ti lascio il mio non-richiesto commento. Premettendo che scrivi molto bene e questo è indubbio confesso di essere rimasta un pò delusa nelle mie aspettative. Se il tuo incipit è stato un capolavoro di stile, contenuti, immagini concatenate in una consequenzialità logivca illuminante etc etc il racconto non è riuscito secondo me a mantenere tutte le promesse fatte. Mi spiego: forse nella fretta di mettere dentro una storia così lunga e complessa hai trascurato un pò quelle premesse stilistiche. cioè il tutto risulta comunque accurato ma senza quelle immagini concatenate di modo che la successiva illumini la precedente che secondo me erano la cifra più bella ed evidente dell incipit. La trama comunque è molto bella e nel complesso l opera anche. Solo secondo me c erano potenzialità ancora maggiori…forse sviluppate solo in parte. Comunque complimenti! Mi piacerebbe sapere che ne pensi tu del mio se ti va. ciao ciao ciao

  4. Su, confessa!
    Lo hai scritto, ma erano 6000 battute. Ne hai tolte 600, sacrificando frasi sulle quali hai lavorato certosinamente. Un dolore immenso. Hai sofferto tu, ha sofferto il racconto.
    Guardalo. È ancora lì che agonizza, poverino.

    Eppure qui in mezzo sei certo quello con più mestiere.

  5. Da un punto di vista di tecnica, è un racconto quasi ottimo.

    I problemi sono questi, e ti prego di smerdarmi se sono io ad essere cerebroleso:

    1) quel biglietto cos’è?
    2) il nano-Principe perchè cede casa sua per quel biglietto?
    3) cosa diavolo c’entrano i violini e i tamburi?

    Altra critica: si capisce poco, o comunque con fatica, chi parla.
    Ultima critica: in fondo è la solita storia di povertà narrata in modo sicuramente CONSAPEVOLE (da un punto di vista della tecnica letteraria) ma NON ORIGINALE.

    Però ci son da dire due cose:
    1) spessissimo dipingi i personaggi in modo spettacolare, colla violenza delle pennellate di Van Gogh;
    2) adoro troppo l’umorismo palermitano e ciprì e maresco per non aver riso di gusto in più punti.

    Ma le 3 osservazioni NEGATIVE stanno alla base di un giudizio negativo (espresso come commento e non come voto, visto che ho deciso di non votare).

    Baciamo le mani.

  6. Insomma. Mica male. Al terzo commento che insiste sul fatto che il racconto sembra tronco di qualcosa, mi ritrovo con le mani alzate sopra la testa. Ecco. Allora. Chi ha la bontà (e la voglia e la pazienza) può ripescare le 10000 battute originali del racconto qui: http://laversionedirizzo.myblog.it/archive/2009/04/20/istruzioni-per-l-uso-di-miracoli-e-tamburi.html

    A “siluro” non saprei che dire, se non beato lui (santo subito) che (ciprìmarescamente parlando) non ha capito una beata minchia!

  7. Caro pepperizzo,
    non ti nonosco, non conosco Palermo, né sono uno convinto del regionalismo in letteratura, e però, cahapeau: questo racconto – e sopratutto la versione più lunga sul blog – è uno spettacolo. Per lavoro leggo manoscritti, e solo di rado mi capita tra le mani qualcosa che mi distrae dalla noia. In molti di questi racconti ho riconosciuto le mani incerte degli scrittori della domenica, degli avanguardisti ad oltranza, e dei geni di professione: di solito non si riesce ad andare oltre il primo capoverso dei loro capolavori. I tuoi tamburi, invece, svegliano il lettore pigro e affascinano quello navigato. Non è facile trovarsi di fronte a un testo che ha un inizio un cuore e una fine splendidamente collegati tra loro con una certa progressione drammatica e con i dettagli giusti al punto giusto. Certo, ci sarebbero molte cose da levigare, tanto barocchetto da rivedere, alcuni punti da chiarire, e per questo mi farebbe piacere riparlarne. Magari leggere anche delle altre robe tue. Per ovvie ragioni non lascio qui la mia mail, e però non so come si potrebbe fare altrimenti per scambiare due chiacchiere. Fatti venire qualche idea e scrivimi due righe qua.

    Carlo

  8. è la storia brutti sporchi e cattivi di una famiglia di palermitani che si ingegna in una truffa assurda e insensata e trova un nano privo di qualsivoglia caratterizzazione e lo infinocchia e c’è l’happy ending fiabesco con tanto di slinguazzata poetica sui fiocchi di neve.

    mah.
    spessore: zero.

  9. Per Peppe Rizzo,
    Come al solito riesci ad accendere immagini nella mia mente che solo pochi sanno fare. Ottimo, sono d’accordo con le levigature ma comunque un buon lavoro.
    Che Dio te la mandi buona! e bona
    Un abbraccio,

    P.S: Sarei interessato al barattolo con le anime dentro. Offro vino di casa e compagnia.

  10. Esecuzione musicale perfetta.
    La genialità del biglietto, per non parlare della roba bianca e dei tamburi..un racconto lineare e scorrevole.E’ uno dei pochi racconti che ho divorato con gli occhi e quando sono arrivata alla fine ho detto: “see è già finito!”.
    Poi mi chiedo: ma avete letto il racconto che ho letto io oppure no??
    Queste parole sono musica e danza.
    Questo racconto è da ballare.

  11. A me piace, davvero.
    Ho letto qualcos’altro di giuseppe, ho letto molto su palermo, e vivo nel punto medio tra Via Filiciuzza e Ballarò, quindi ci sto dentro alla grande. Adunque il racconto l’ho fagocitato.
    Minchia! E’ sconnesso, colorato, è un punto di vista particolare, dotato di una vignettatura stramba che rende sfumati ed adorabibilmente selvaggi i perimetri della storia.
    In questo racconto, condensatissimo, sono presenti i tanti microcosmi panormiti che rendono fascinosamente surreale la città. Certo, come dice il buon Enzo Castagna (vs Ciprì e Maresco): – Surreale? Surreale a minchia!
    Vivere qui è proprio una sfida, è certo. Ecco perché un po’ di istruzioni non fanno mai male.

    Forza duocu ragazzi. Viva Palermo e Santa Rosalia!

  12. ISTRUZIONI PER L’USO DI STEREOTIPI PALERMITANI

    Una fiaba priva di morale, che fa leva sui soliti stratagemmi del confezionamento d’un prodotto da intrattenimento, che spinga il lettore – medio che più medio non si può – ad arrivare fino alla fine. Qualche difficoltà nella comprensione immediata di quanto accade.
    Oltre al senso letterale, in questo racconto non c’è nulla. Per carità, ben scritto. Scritto da un’ape operaia. Nessun intento minimamente sovversivo, poca originalità (tutto è già visto, comunque).

    Potrebbe essere una storia alla Jodorowsky, ma mancano:
    la visionarietà;
    la mistica;
    la magia;
    la mitologia;
    la poesia;
    la potenza evocativa;
    la chiarezza espositiva;
    la genuinità.

    Ci tenevo a lasciare questo commento. Non lo firmo per una semplice ragione: non c’è stato scambio fra i partecipanti di questo contest, dunque non ha senso pretenderlo ora che è finito.
    Tuttavia, sono certo che chi ha seguito un minimo l’evolversi dei dibattiti potrà risalire a me.
    Au revoir!

  13. Quattro dei primi cinque classificati nella classifica GENERALE sono tra i primi cinque classificati nella classifica della giuria POPOLARE – ossia degli autovoti.
    Un altro, “L’estate Infinita”, di decostruzione, è scritto da una persona che collabora colla scuola HOLDEN da lungo tempo, e la ha inoltre frequentata.
    E’ interessante anche notare che Marzotto, ossia decostruzione ossia colui che ha collaborato con e frequentato la scuola HOLDEN, ha pubblicato un racconto con PERRONE EDITORE, casa editrice per la quale, come si legge nella biografia, anche il vincitore PIRANDELLO DEI POVERI Peppe Rizzo alias Istruzioni per l’uso di stereotipi palermitani sta preparando un romanzo.

    Perchè?

    Mi rifaccio al mio sempiterno maestro ALESSANDRO MANZONI

    Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,

    Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

    Dai solchi bagnati di servo sudor,

    Un volgo disperso repente si desta;

    Intende l’orecchio, solleva la testa

    Percosso da novo crescente romor.

    Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

    Qual raggio di sole da nuvoli folti,

    Traluce de’ padri la fiera virtù:

    Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto

    Si mesce e discorda lo spregio sofferto

    Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

    S’aduna voglioso, si sperde tremante,

    Per torti sentieri, con passo vagante,

    Fra tema e desire, s’avanza e ristà;

    E adocchia e rimira scorata e confusa

    De’ crudi signori la turba diffusa,

    Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

    Ansanti li vede, quai trepide fere,

    Irsuti per tema le fulve criniere,

    Le note latebre del covo cercar;

    E quivi, deposta l’usata minaccia,

    Le donne superbe, con pallida faccia,

    I figli pensosi pensose guatar.

    E sopra i fuggenti, con avido brando,

    Quai cani disciolti, correndo, frugando,

    Da ritta, da manca, guerrieri venir:

    Li vede, e rapito d’ignoto contento,

    Con l’agile speme precorre l’evento,

    E sogna la fine del duro servir.

    Udite! Quei forti che tengono il campo,

    Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,

    Son giunti da lunge, per aspri sentier:

    Sospeser le gioie dei prandi festosi,

    Assursero in fretta dai blandi riposi,

    Chiamati repente da squillo guerrier.

    Lasciar nelle sale del tetto natio

    Le donne accorate, tornanti all’addio,

    A preghi e consigli che il pianto troncò:

    Han carca la fronte de’ pesti cimieri,

    Han poste le selle sui bruni corsieri,

    Volaron sul ponte che cupo sonò.

    A torme, di terra passarono in terra,

    Cantando giulive canzoni di guerra,

    Ma i dolci castelli pensando nel cor:

    Per valli petrose, per balzi dirotti,

    Vegliaron nell’arme le gelide notti,

    Membrando i fidati colloqui d’amor.

    Gli oscuri perigli di stanze incresciose,

    Per greppi senz’orma le corse affannose,

    Il rigido impero, le fami durâr;

    Si vider le lance calate sui petti,

    A canto agli scudi, rasente agli elmetti,

    Udiron le frecce fischiando volar.

    E il premio sperato, promesso a quei forti,

    Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

    D’un volgo straniero por fine al dolor?

    Tornate alle vostre superbe ruine,

    All’opere imbelli dell’arse officine,

    Ai solchi bagnati di servo sudor.

    Il forte si mesce col vinto nemico,

    Col novo signore rimane l’antico;

    L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

    Dividono i servi, dividon gli armenti;

    Si posano insieme sui campi cruenti

    D’un volgo disperso che nome non ha.

    Grazie.

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